Ecco perché il femminismo serve anche agli uomini.
I femminismi sono pratiche di libertà create da donne che hanno provato, provano e proveranno a liberarsi dalle oppressioni della società in cui vivono.
Le loro esperienze raccontano, descrivono, analizzano e smontano meccanismi oppressivi sociali in atto su tutte e su tutti.
Da molto tempo è nata l’esigenza di non chiudere queste esperienze all’esclusivo ambito femminile o di altri generi oppressi, perché quel potere sociale chiamato patriarcato agisce su tutte e tutti, anche se in modo ben diverso.
Il patriarcato
Col termine patriarcato si intende quel sistema di potere che manifesta e fissa un sistema “maschile” eterosessuale di oppressione verso altri generi che hanno difficile accesso a posizioni di potere, subiscono discriminazioni o sono soggetti a pregiudizi culturali.
Il risultato sociale di questo sistema è che, malgrado per esempio quello che sancisce la Costituzione italiana, di fatto non c’è parità tra sessi, generi o orientamenti.
Le precedenti virgolette intorno alla parola “maschile” stanno a significare un dato importante: non sono solo i maschi etero ad agire e perpetuare il patriarcato, perché questo è un sistema che crea ruoli di potere che possono essere agiti da chiunque.
Ci sono donne, uomini non etero, persone transgender che agiscono il patriarcato: lo fanno perché educati ed educate da quel sistema per quel sistema, o perché vogliono godere dei vantaggi sociali e delle opportunità che questo offre.
Patriarcato è il sistema di potere, creato sul modello della famiglia tradizionale con a capo l’uomo più anziano, che produce i ruoli di potere ordinati rigidamente secondo una piramide di superiorità.
Nella stragrande maggioranza dei casi in quei ruoli di comando ci sono ancora uomini eterosessuali (e bianchi), ma quello che conta è il ruolo, non il sesso di chi lo svolge.
Il sessismo
Il sessismo è lo strumento, la tattica politica e sociale con cui si attua l’oppressione patriarcale: possono essere sessiste delle parole, dei gesti, delle opere intellettuali, qualsiasi cosa realizzi una discriminazione o una oppressione tra i generi.
La parola sessismo nasce sul calco di razzismo e vuole significare lo stesso fenomeno applicato ai generi.
Negli anni ’60 in Francia si cominciò a usare sexisme per indicare quella cultura inventata per certificare che gli uomini eterosessuali, invece di altri o altre, avevano il diritto di stare in tutte le principali posizioni di potere della società, dal seggio politico al capofamiglia.
Il privilegio sociale
Più complessa è la spiegazione del privilegio sociale che hanno gli uomini etero rispetto a ogni altro sesso, orientamento e genere. Privilegio non è “spassarsela”, vivere benestanti e senza pensieri; privilegio è avere – a parità di condizioni con altri e altre – più possibilità per superare quelle condizioni.
Essere poveri è una condizione difficile: essere donne e povere lo è di più; essere donne, nere e povere lo è ancora di più.
Questo è il privilegio: avere molti ostacoli sociali in meno, avere molte possibilità in più, solo per essere nati con un corpo e non con un altro.
E anche poter uscire la sera senza doversi preoccupare di dove si va, in quale quartiere, se qualcuno può rimanere sempre con noi, se nel cellulare c’è il numero di emergenza, non è forse un privilegio?
Il principale inganno del sistema patriarcale sugli uomini
Il principale inganno che crea il sistema patriarcale nei pensieri e nei gesti degli uomini è l’illusione della loro libertà, l’idea che il mondo sia a loro disposizione per realizzare i loro desideri, la convinzione di non essere toccati da costrizioni e imposizioni legate al loro genere.
Questa illusione poggia su solide basi: i condizionamenti che fondano la “normale” maschilità, la “naturale” identità maschile. Questi condizionamenti sono facilmente riassumibili in quei caratteri stereotipati tipici del maschio alpha:
- essere sicuri di sé, mostrare di non avere paura di nessuno né del giudizio degli altri;
- acquistare e mantenere una buona reputazione agli occhi del mondo, una popolarità nel proprio ambiente;
- incarnare una forma di autorità, di potere o di talento;
- essere effettivamente autonomo, non aver bisogno di altri per stare bene;
- essere produttivo, ambizioso, passionale nel raggiungere i propri obiettivi;
- essere divertente, accattivante;
- avere spirito combattivo, non arrendersi né lasciarsi andare, mantenere la parola;
- avere forma fisica e bellezza, curare il look in modo da risaltare per qualcosa.
A partire da questi assunti, ecco le cose insegnate a bambini e ragazzi:
- gli uomini non piangono, non manifestano emozioni;
- gli uomini sono razionali, sanno ragionare lucidamente e sanno prendere decisioni nella maniera migliore in qualsiasi situazione;
- i maschi hanno “bisogno” del sesso, è una necessità fisiologica, altrimenti stanno male;
- i maschi possono fare quello che vogliono, se si impegnano al massimo possono ottenere qualsiasi risultato nella vita;
- fatti gli affari tuoi e “rispetta” gli affari degli altri.
Se non segui queste regole, se non hai queste caratteristiche, non sei un uomo.
Non c’è un discorso sociale condiviso di critica o anche solo di messa in discussione di questi valori tipici della mascolinità tradizionale.
Ci sono le eccezioni, ma sono tali appunto, e non realizzano un cambiamento sociale.
Il senso comune sul femminismo
In Italia, i programmi scolastici e i libri di testo della scuola dell’obbligo e delle scuole superiori , nella stragrande maggioranza dei casi, non dedicano pagine alla storia delle donne, alla storia dei femminismi, alle lotte per la parità dei diritti o per le varie forme di emancipazione.
Non si tratta la storia delle scienziate e delle letterate che pure hanno avuto un ruolo importante nelle proprie discipline.
Non si accenna minimamente ai movimenti politici e culturali non etero che hanno avuto un ruolo importantissimo in tanti settori della vita civile.
Eppure, nonostante questo imponente lavoro di esclusione, tutti e tutte abbiamo precise idee sul femminismo e sulle femministe, i classici stereotipi:
Gli stereotipi comuni sul femminismo
– il femminismo è vecchio, inutile, superato;
– il femminismo è divisivo, è come il maschilismo ma al contrario;
– il femminismo è una ideologia;
– le femministe sono represse, cattive, odiano gli uomini, sono brutte, si vestono male […]
Cosa possiamo fare?
La prima cosa da fare è liberare la mente da queste assurdità che si spendono come conoscenza condivisa su questi argomenti.
Compito molto difficile quando si trattano argomenti che da molti anni sono esclusi, evitati, tanto per cominciare perché li si ritiene “roba da donne”.
Questa forma d’ignoranza è diffusa a tutti i livelli: solo negli ultimi anni le università italiane stanno cercando di recuperare terreno su argomenti per i quali in altri paesi fioriscono da decenni dipartimenti, case editrici, dibattiti pubblici.
Non che altrove la situazione della violenza di genere sia risolta, ma almeno si riesce a fornire all’opinione pubblica quel minimo necessario per impostare una discussione sensata.
Non ci facciamo nessun problema a ricordare che la lotta contro una società capitalista e sfruttatrice è nata da quei proletari che ne erano la parte più povera e vessata, perché abbiamo problemi a riconoscere che viene dalle donne la lotta per una società non maschilista, non basata su una gerarchia patriarcale, non dominata da un vertice accessibile solo a pochissimi uomini?
Altrettanto complicato è capire che “essere femminista” non è un fatto acquisito, ma una esperienza continua.
I men’s studies
I men’s studies è quel campo accademico interdisciplinare dedicato ad argomenti che riguardano gli uomini: mascolinità, genere, cultura, politica e potere patriarcale.
Esaminano che cosa significhi essere un uomo nella società contemporanea dimostrando che esiste più di un modo per capire come esserlo, come agire il ruolo maschile.
Sono studi che analizzano anche le diverse ideologie legate alla mascolinità, esaminano le molteplici maschilità possibili e raccontano come il potere viene ricevuto e distribuito in modo diseguale attraverso il patriarcato.
Anche i men’s studies sono poco diffusi in Italia.
Il risultato è una sostanziale indifferenza verso i nodi più importanti del problema sociale della mascolinità, quando si dovrebbe discutere della connessione non naturale con tanti tipi di violenza, della relazione tra capitalismo e identità maschile, dell’educazione standard alle discriminazioni, della negazione della parità dei diritti per tanti gruppi sociali da parte di chi è maschio-bianco-etero-occidentale.
Invece rimangono solo le eccezioni in mezzo a un cameratismo maschile che sembra inattaccabile dal tempo.
Il vero uomo
Proprio quel cameratismo è uno dei principali obiettivi critici di tanti femminismi: e invece di metterlo in dubbio si arriva a volte a sentire appelli di alcune donne che invitano altre donne ad avere quello stesso sentimento di appartenenza comune a un esercito, a una divisa che, sopra la propria pelle, identifica tutti come esemplari di un unico modello: il “vero uomo”.
Questo è il modello illusorio per eccellenza, quello che determina ancora la vita di milioni di uomini facendogli credere che il loro compito sia mantenere e tentare di scalare quella gerarchia patriarcale verticale che premia solo pochissimi al vertice e che schiaccia tutti e tutte e ogni altra possibilità.
La politica
Di fronte a un problema sociale così tratteggiato ci si aspetterebbe una presa di posizione da parte della politica istituzionale, una messa in gioco di strumenti per agire sulla situazione.
In effetti da qualche anno questa cosa esiste, e va sotto il generico nome di “pari opportunità”.
Peccato che poi la realtà delle politiche seguite spesso sconfessa l’ambito dei problemi di cui le “pari opportunità” dovrebbero occuparsi.
E questo accade per la sostanziale impreparazione di molti attori politici e una opinione pubblica disinformata o male informata che, insieme, producono azioni politiche poco chiare o incoerenti.
Ad ogni modo, nelle ultime legislature il Ministero per le “pari opportunità” è scomparso: la pubblica opinione si chiedeva infatti perché ci si dovrebbe preoccupare di un problema che non dovrebbe neanche sussistere: la parità dei diritti, in Italia, è sancita dalla Costituzione agli articoli 3, 37 e 51.
Ma purtroppo l’esistenza di un diritto non significa che tutti e tutte siano in grado di esercitare quel diritto, né che sussistano nella società le condizioni per cui tutti e tutte possano usufruirne.
Queste sono situazioni che tanti femminismi denunciano da decenni, un’azione politica mirata serve proprio per rendere effettivo ed efficace il dettato costituzionale, laddove esso venga smentito dai fatti.
L’Italia non è per molti aspetti un paese paritario: l’aborto è rigidamente regolato ma nei fatti è diventato inaccessibile a molte donne, soprattutto a quelle che vorrebbero rivolgersi al servizio pubblico e gratuito, cioè ai consultori, dove oggi si ritrovano i pro-vita ad accoglierle. Ciò sta provocando un pericoloso ritorno agli aborti clandestini.
Nel settore privato, a parità di qualifica, le donne sono pagate meno degli uomini (Gender Pay Gap).
Il Welfare è sostanzialmente inesistente e costringe famiglie e singoli a risolvere privatamente o tramite parenti e amicizie i problemi di gestione dei minori e degli anziani.
Le strutture pubbliche per occuparsi di persone “non standard” sono sempre meno, sempre più inaccessibili, sempre poco finanziate.
Si potrebbe osservare che questi sono problemi generali, perché declinarli secondo il genere, quindi rendendo colpevole l’intero genere maschile?
La visione politica dei femminismi non colpevolizza mai gli uomini in generale.
L’uso dell’attributo “maschile” serve a caratterizzare un ruolo di genere, la precisa identità di un potere opprimente più che i singoli individui che fanno parte di quella categoria.
La visione dei femminismi è precisamente ciò che manca alla totalità delle idee politiche tradizionali dell’occidente, da destra a sinistra: un posizionamento comune con la base larga della piramide di potere, quella oppressa e costretta, insieme a un posizionamento critico contro il vertice di quella piramide, quella che il potere lo gestisce.
Il concetto di intersezionalità e la politica
Le oppressioni che riceviamo da tutti gli ambiti quotidiani – lavorativo, affettivo, relazionale, familiare – agiscono contemporaneamente sul nostro corpo a seconda dei differenti modi in cui il nostro corpo è.
Questo tipo di problema politico è stato sempre messo bene in evidenza da tanti femminismi, mentre la politica istituzionale, anche movimenti e partiti di sinistra, ha perlopiù pensato teorie e praticato azioni per classi di persone concepite come tutte uguali, con gli stessi diritti e con lo stesso modo di esercitarli e richiederli.
Invece le differenze politiche più importanti sono proprio queste.
Quando l’attivista e sociologa Kimberlé Crenshaw alla fine degli anni ’80 inserì nei suoi studi il concetto di intersezionalità volle esattamente mettere in luce questo fenomeno fino a quel momento molto trascurato.
L’identità di ciascuno e di ciascuna, nelle società ormai estremamente complesse, si trova all’incrocio di molti piani diversi: quello del genere, della religione, dell’etnia, del luogo di nascita, del reddito, della lingua o delle lingue conosciute, delle disabilità, delle nazionalità, dell’orientamento sessuale, della cultura di appartenenza o di arrivo, e di altri ancora.
Tutte le coordinate culturali sono livelli di costruzione della propria identità nella quale agiscono poteri e forze politiche diverse, che si concentrano nell’unico luogo comune a tutte: il corpo, il quale, a sua volta differente da tutti gli altri, risponde a quelle sollecitazioni in maniera diversa.
Cominciare dal proprio corpo è una delle forme del “partire da sé” – un classico tra gli slogan femministi – che permette di concepire le più complete critiche alla società occidentale, capitalistica, fascistoide, maschilista, misogina, razzista e classista in tanti suoi aspetti e ambiti.
La consapevolezza degli uomini
Pochissimi uomini arrivano spontaneamente ad accorgersi che anche il loro genere, tutto ciò che concepiscono come “naturale” del loro essere uomini, è il prodotto di precise direttive culturali create per uno scopo, in una precisa epoca.
Questi inganni, queste sviste, sono il prodotto di precise strategie culturali: il racconto ossessivo e ripetuto della “naturalità” e “normalità” dell’eterosessualità tradizionale, la delirante religione dell’essere se stessi in un mondo culturale che penalizza chiunque non si conforma, il culto del successo ottenibile soltanto attraverso forme di potere non condiviso (essere il più ricco, il più bello, il più geniale, il più potente) mentre vengono chiamati “spirito di squadra” il cameratismo e il controllo reciproco, l’annullamento o la svalutazione dell’interiorità, dello spazio delle emozioni, del lavoro sui sentimenti maschili che vengono riabilitati solo come scuse per gesti irrazionali e violenti, il continuo evidenziare una colpa individuale per non lasciare mai emergere una responsabilità di genere.
Quando cammino di sera, per i motivi più vari, dietro a una donna che è lì per i fatti suoi, se lei si accorge di me, la maggior parte delle volte si stringe nel vestito e affretta il passo.
Non mi conosce, non sa chi sono, vede solo che sono un uomo.
Cosa ha trasformato il mio corpo maschile in una minaccia latente, in un possibile pericolo per qualcuno?
Come posso permettere di essere considerato una specie di arma per il solo fatto di avere questo corpo, senza che sia mai stato chiesto il mio consenso?
E cosa mi impedisce di farmi queste ovvie domande, e invece mi spinge a pensare che quella “strana” sia lei e che io non ho colpa di nulla?
Non tutti gli uomini – Not all men
Non basta non fare niente.
Non basta non fare violenza e non partecipare a violenze, perché è meno del minimo civile e quindi non dimostra nulla e non cambia nulla.
Non basta neanche “condannare” il violento di turno: anche questo è meno del minimo e non implica nessuna partecipazione personale a un cambiamento. È solo un’adesione esterna e quindi non sposta nessun equilibrio, non provoca alcun cambiamento.
I femminismi sono prima pratiche e poi insieme di principi, perché senza quelle pratiche non si trasformano le relazioni e non si abbattono le gerarchie. Proprio da queste pratiche gli uomini dovrebbero prendere spunto per combattere le costrizioni a cui il loro genere li condanna.
Ma quali sono gli strumenti che abbiamo per combatterle?
Quali sono queste pratiche?
La prima pratica: “Il personale è politico”
Una delle più grandi ipocrisie che il patriarcato ha costruito per il privilegio maschile è il confine tra pubblico e privato, tra ciò che un uomo ha dentro di sé e come agisce verso l’esterno, tra come si comporta negli affetti e nelle relazioni più intime e come si rappresenta socialmente.
Quello slogan ha rappresentato la sintesi di una riflessione comune molto complessa, che ha riconosciuto nella situazione sociale e politica l’origine di sofferenze e oppressioni quotidiane che, se anche hanno un “autore”, un “colpevole” perfettamente individuabile, quando sono comuni a un intero genere hanno una lunga storia di condizionamenti – culturali, politici, sociali – di cui quei colpevoli e quegli autori sono meri esecutori, più o meno consapevoli.
La soluzione a quella oppressione è il riprendersi quel potere, uscire da quei condizionamenti insieme, riconoscendo che dietro le singole esperienze c’è uno stesso problema comune.
La maschilità tradizionale, i caratteri fintamente naturali della virilità e della sua visione del mondo sono efficaci solo per una ristretta minoranza di uomini al vertice di una piramide di potere.
Per gli altri c’è solo un’esistenza di falsi miti, fallimenti, frustrazioni, compensate da un meschino potere da esercitare su altri più disgraziati o altre più oppresse.
Riconoscere questo confine e distruggerlo è uno dei grandi motivi per cui gli uomini dovrebbero imparare molto dai femminismi. Quel confine è quello che il patriarcato costruisce dandogli un bel nome, cameratismo.
La maggioranza degli uomini viene educata a essere non un fratello ma un camerata: con la stessa divisa, nello stesso esercito, votati agli stessi doveri, obbedienti allo stesso potere che li vuole così o non li considera uomini.
E questo non cambia neanche se si fanno abitualmente le lotte politiche più a sinistra di tutte: stiamo parlando di una divisione tra pubblico e privato che è evidente che nei “compagni” e tipica del loro sessismo.
Il cameratismo è l’esatto contrario della sorellanza: tanto questa definisce lo stesso sentimento della comune condizione nato da esperienze condivise, quanto quella prefigura uno status maschile senza aver chiesto a nessuno il consenso a farne parte.
Seconda pratica: il separatismo
Il separatismo è una pratica politica femminile di isolamento, in appositi spazi preparati, da tutto ciò che rappresenta, comunica, veicola e diffonde potere patriarcale – compreso il corpo degli uomini.
Il separatismo è una tattica politica: è un momento necessario per darsi la possibilità di elaborare pratiche e idee di liberazione.
Quello che molta propaganda maschilista si è ben guardata dal dire chiaramente è che il separatismo non è un’ideologia – i femminismi, se veramente tali, sono tutti inclusivi.
Tutti i femminismi hanno imparato sulla loro pelle che il divide et impera è lo strumento preferito dal patriarcato da secoli; raccontare che il separatismo è un’azione “contro gli uomini” – e non contro il patriarcato – serve appunto a diffondere l’idea che siano i femminismi a volere una guerra tra i sessi (semmai fosse attuabile una cosa del genere), mentre invece è il potere patriarcale, nella sua gerarchia, a volerli ben distinti.
Il separatismo “maschile” non può ovviamente nascere con le stesse caratteristiche e finalità di quello femminista, ma deve attuarsi per far lavorare inizialmente gli uomini insieme e da soli sui problemi del loro genere.
Relazioni, frustrazioni, politiche insoddisfacenti, poteri mal gestiti e mal subiti, uno spazio maschile di questo tipo deve permettere di abbandonare le maschere e le divise tipicamente patriarcali – come la virile comunanza di valori e di poteri, il cameratismo appunto – per rendere tutti pari davanti agli stessi problemi di genere che hanno l’uomo potente e l’uomo comune, il ricco e il povero, il solitario e il socievole, l’emarginato e l’inserito.
Devono nascere luoghi diversi dagli attuali luoghi di aggregazione – palestre, centri benessere, sale congressi, spogliatoi, che sono più o meno tutti luoghi di esibizione di caratteristiche e poteri maschili – luoghi in cui vengano lasciati fuori questi poteri e ci si confronti su ciò che di essi, di quelle caratteristiche, di quel sistema non funziona.
Inteso in questo modo, lo spazio separatista maschile diventa il luogo nel quale il confronto personale e politico non avviene filtrato da strutture di potere e ruoli preordinati, ma dalla viva esperienza di ciascuno: quella esperienza vissuta e raccontata che fa riconoscere nell’altro uomo non il “camerata” ma il fratello di genere che ha il mio stesso problema, anche se declinato secondo la sua vita, il suo ambiente, la sua realtà economica, le sue relazioni.
In questo spazio è possibile elaborare linguaggi, pratiche e teorie con le quali preparare l’esordio pubblico, verso gli altri, verso le istituzioni e i luoghi di lavoro, di una soggettività maschile che ha abbandonato la maschilità, la virilità, il machismo tradizionali con tutti i loro privilegi pagati a carissimo prezzo da tantissimi per il godimento di pochi.
Terza pratica: trasformare il linguaggio
Molti e molte sono ancora prigionieri di un’idea strumentale del linguaggio: le parole servono a nominare le cose e a dare espressione ai pensieri. Doppio errore: le parole fanno esistere le cose e formano i pensieri, che senza le parole non avremmo affatto.
Quando si nasce e si cresce il linguaggio già esiste: nasciamo immersi nel linguaggio, e la lingua che sentiamo intorno a noi è strumento e deposito di tutta la cultura nella quale viviamo, locale, regionale, nazionale e mondiale.
Il linguaggio è una visione del mondo e la lingua che ascoltiamo e che poi parliamo forma in noi quella visione del mondo.
In Italia impariamo una lingua che ha due generi, per i quali quasi tutte le parole cambiano da uno all’altro.
Impariamo fin da subito una rigida divisione del mondo in cose maschili, da uomini, e cose femminili, da donne.
Impariamo, insieme alle parole, il potere che hanno le relazioni che passano attraverso quelle parole: le stesse parole non hanno valore uguale se pronunciate da un genitore o dall’altro, da un coetaneo o da un adulto.
La lingua ci ricorda le gerarchie presenti intorno a noi; crescendo, impariamo quanto possono fare male alcune parole, e quanto sia importante impararne il più possibile per essere capaci di esprimersi.
Purtroppo molti e molte credono invece che esistano cose “che non si possono esprimere”.
Quante poesie, quanti romanzi serviranno ancora per estirpare questa idea così limitante?
Non sapremmo neanche di provare i sentimenti più profondi se non fossimo capaci di dare un nome anche a loro, e non il contrario.
Queste convinzioni errate continuano a sedimentarsi, impedendoci di notare quante costruzioni culturali, che hanno un’età e un’origine precisa, scambiamo per “natura”.
Prima di tutto, le caratteristiche di uomini e donne: non c’è nulla di più mutevole, nella cultura, che il concetto di uomo e di donna.
In secondo luogo non ci accorgiamo di quanto potere veicolino le espressioni: pochi hanno notato che la maggior parte degli insulti della nostra lingua si riferiscono alle donne, a parti del loro corpo, o che la maggioranza dei proverbi e dei modi di dire italiani connotano negativamente le donne; pochissimi hanno fatto caso che “cornuto” e “figlio di puttana” – i due insulti che più spesso si scambiano gli uomini, nelle loro varianti regionali – non riguardano affatto gli uomini, ma le donne che loro dovrebbero “controllare”.
Ricordiamoci che ancora oggi “donna con le palle” è considerato un complimento: attribuire a un sesso i genitali dell’altro sarebbe un modo di apprezzarlo.
Il primo insulto che imparano i bambini verso i maschi loro simili è “frocio”.
Tutto questo sarebbe naturale?
Mentre tanti femminismi ci mettono davanti queste impietose quanto utili analisi del nostro modo di esprimerci, tra le ragazze più giovani, e non solo, “femminista” viene usato come insulto.
È necessaria una trasformazione del linguaggio – cioè del pensiero – lavorando molto su di sé, per conoscere il valore di alcuni termini e per combattere il linguaggio sessista. Perché molto del sessismo che noi tutti e tutte agiamo ci viene dalla lingua che parliamo, dal mondo che racconta e dalle abitudini giudicanti che veicola con sé.
Quarta pratica: cercare la parità, non l’uguaglianza
Il concetto di uguaglianza è molto bello, ma nasconde una profonda debolezza, una inutilità: se esiste una condizione di disparità, una gerarchia di potere, una differenza economica, una diversità culturale, l’uguaglianza (dei diritti, delle possibilità, dei redditi) non la rimuove.
Invece la parità serve non solo a concedere quello che manca, ma anche a rimuovere quello che ostacola, e a dare a ciascuno e a ciascuna secondo la propria situazione il necessario per esercitare quei diritti, per ottenere quelle possibilità, per accedere ogni volta che lo vogliamo sia al necessario che al superfluo.
Nella volontà di parità sociale sta il concetto di critica messo in atto dai femminismi, che Judith Butler ha così ben formulato: “un’interrogazione dei limiti entro i quali la vita è costretta al fine di ipotizzare modi diversi di vivere”.
Questo è esattamente quello che per secoli è mancato a un pensiero politico di “sinistra” concentrato solo sui padroni, sui mezzi di produzione sul plusvalore.
Il capitalismo non è solo economia, non lo è mai stato; esso, figlio del patriarcato, ne ha aumentato la pervasività e la capacità di riprodursi trasformandosi nei modi diversi di vivere.
Il capitalismo ha prodotto stili di vita per diverse classi sociali – prima due, poi molte di più – e tutta una cultura letteraria, figurativa e simbolica per giustificare le strutture di potere di cui è costituito: l’eroismo della scalata sociale, i grandi traguardi da raggiungere “per l’umanità”, l’idea di progresso come apice raggiunto da pochissimi e non come pratica per sollevare le masse dalla miseria, l’immagine di un mondo dalla risorse infinite pronte per chi le saprà sfruttare, il romanzo di formazione.
Contro tutte queste forze che insegnano a molti e a molte come essere sfruttati e sfruttate nelle maniere più varie, e come approfittare dello sfruttamento altrui, nell’ambito denominato come “privato”, “personale”, la tradizionale critica di sinistra non ha fatto molto.
Il risultato è stato produrre generazioni di operai manifestanti, di sindacalisti agguerriti, di politici battaglieri che conducevano le proprie vite private secondo il patriarcato più tradizionale, esattamente quello che facevano i loro equivalenti nelle famiglie borghesi, riproducendo così quel sistema di potere che pensavano di stare combattendo.
Quinta pratica: smettere con gli atteggiamenti polarizzanti, rifiutare il pensiero binario
Moltissima comunicazione, soprattutto via social, tende a polarizzare le posizioni degli interlocutori su due poli di un qualsiasi argomento: pro o contro, sì o no, condanna o assoluzione, giusto o sbagliato, e così via.
Questo modo di argomentare favorisce tre pratiche discriminanti già molto diffuse:
- Ignorare le differenze, le particolarità, le sfumature, le complessità di ogni fenomeno sociale umano, che vengono appiattite su due posizioni opposte;
- L’irrigidimento della comunicazione, che da possibile dialogo diventa schieramento su fronti contrari;
- La ripetizione del modello eterosessista (binario: maschio/femmina).
Quest’ultimo punto, il modello binario, è replicato continuamente dalla dialettica politica, sportiva, artistica, militante, tutti ambiti nei quali ci viene continuamente chiesto di schierarci “di qua o di là”, senza alternative che sospendano il giudizio e lascino il campo a un’analisi meno banalizzante.
Per comprendere un sistema sociale nel quale le identità di genere, di classe, etniche, geografiche, storiche, sono in continuo cambiamento, serve la capacità di non semplificare le situazioni fingendo che le soluzioni siano sempre e solo due.
Come tanti femminismi insegnano, con le loro pratiche di libertà diverse per connotati storici, geografici e culturali, l’impegno nella gestione delle tante differenze è l’unica possibile soluzione non conflittuale per la totalità dei problemi sociali.
Il modello binario non funziona
Il modello dualista, binario, eterosessista come servo/padrone, proletario/capitalista, lavoratore/manager, risparmiatore/investitore, privato/pubblico, marito/moglie – che sono coppie di ruoli di potere – non sta più funzionando, perché sono emerse forme di vita più varie e complesse che in quello schema rigido non vogliono e non possono più stare.
Il modello femminista
I femminismi hanno una storia piena di rivoluzioni non cruente, di metodi politici non strumentalizzabili da nessun potere, ed è questo uno dei motivi per cui sono così osteggiati.
I femminismi hanno dato alle donne una serie di possibilità che i “normali” regimi culturali e politici non avevano dato loro:
- il diritto di voto;
- la possibilità di alcune carriere;
- la libertà di vestirsi come si desidera;
- il diritto all’aborto;
- il diritto di studio a tutti i livelli.
Ci si riflette poco, ma quelli che sembrano elementari diritti umani non sono mai stati pensati fin da subito per uomini e per donne.
Le donne hanno dovuto lottare per ciascuno di essi, perché venisse riconosciuta la parità dei diritti, ogni singola volta.
Lo hanno fatto, li hanno ottenuti, e in qualche caso li devono ancora difendere, ma questi risultati non sono stati ottenuti con massacri, guerre, bombardamenti, attentati.
Malgrado molti episodi violenti (il più delle volte le violenze le hanno sùbite e non commesse), hanno comunque continuato le loro battaglie fino a vincerle.
Nonostante questo, il più diffuso paradigma di rivendicazione dei diritti è la rivoluzione sanguinosa, la rivolta armata, la guerra civile.
Come cambiare la propria vita e la politica
Per i femminismi non c’è stato bisogno di utopie a fare da guida all’azione perché la responsabilità dell’emergenza della situazione delle donne se la sono presa nel “qui e ora”, senza aspettare grazie, favori, armi o contingenze favorevoli.
Non avendo un apparato di potere al quale appellarsi – un partito, una federazione, una organizzazione piramidale – ma anzi trovandosi quasi sempre nelle posizioni più basse delle gerarchie, le tattiche di liberazione hanno prevalso su qualsiasi idealismo.
Nella necessità di sopravvivere politicamente, di non annullarsi in un ruolo sociale che sostanzialmente le limitava a una forma di vita in appendice a un’altra, di vivere delle relazioni liberamente costruite e non dettate da una cultura opprimente, le donne hanno riconosciuto “dal basso” quel nemico delle loro libertà che invece gli uomini, “dall’alto”, faticano a considerare tale.
Questa ottica femminile può aiutare tanti uomini non solo a riconoscere cosa davvero impedisce loro di costruirsi un’identità libera, una vita appagante, una rete di relazioni stabili e affidabili, ma anche a dettare le azioni politiche – per sé e per la comunità nella quale vivono – realmente efficaci.
Invece ancora oggi tanti uomini sono incapaci, si sentono frustrati, non trovano motivazioni per impegnarsi in un reale cambiamento perché manca un ideale, un modello di riferimento, un’utopia che ne possa guidare le pratiche.
Questa cultura che ci vuole in lotta per realizzare ciascuno i propri sogni, ma che dà solo a chi si omologa i mezzi per realizzarli, una cultura che predica di essere se stessi senza darci i mezzi per sapere chi siamo, una cultura che ci vuole sempre prestazioni, efficaci, in forma, attivi, e continua a spostare più avanti i traguardi da raggiungere, una cultura che misura ogni aspetto dell’esistenza per poi quantificare il prezzo della vita di ciascuno, una cultura che ti dice che c’è un solo modo di essere uomini altrimenti non si è uomini affatto.
Le alternative a tutto questo ci sono, ma quella stessa cultura ce le racconta come “femminili” o peggio, femministe, educandoci fin da subito a non considerarle ammesse, percorribili, realizzabili, traducibili per tutti.
Il genere invisibile: quello maschile
Gli uomini hanno una enorme difficoltà a riconoscere i propri problemi personali e politici come problemi del loro genere, perché sono educati fin da subito non solo alla competizione coi propri simili, ma anche alla “oggettivazione” del mondo che hanno davanti.
Sono abituati, cioè, a non mettersi mai completamente in gioco in ciò che fanno, ma a tenere da parte la componente emozionale, sentimentale, empatica.
Pochissimi uomini sono disposti a considerare i loro problemi di relazione, i problemi sul luogo di lavoro, i problemi di gestione del tempo libero, i problemi di salute come problemi di genere, perché non hanno letteralmente idea di cosa sia il loro genere.
Quello maschile è infatti, per definizione, il genere invisibile, perché ha sempre fatto da parametro di giudizio per gli altri.
Ammettere di avere un problema in quanto genere, permetterebbe agli uomini di abbattere tutte le convenzioni sociali e le gerarchie che li separano e li mettono in competizione, per scoprire che insieme possono davvero cambiare la loro identità, i loro comportamenti e le loro relazioni, i linguaggi e i modi in cui vedono il mondo, rimanendo uomini.
I passi da compiere
Il primo passo come uomo che vuole cambiare il proprio modo di vivere relazioni con altri e altre è esprimere il mio desiderio, di qualunque natura esso sia: la parte emozionale di quello che voglio si deve vedere, in modo da non esserci fraintendimenti o codici inespressi che possano creare incomprensioni. E devo essere pronto a ricevere un sì o un no, un forse o un non lo so, senza che questo mi scateni reazioni dovute a una realtà che non si adegua a ciò che voglio: chi mi sta davanti ha il diritto di rifiutare il mio desiderio in qualunque momento, come io il suo, senza dover dimostrare nulla.
Il secondo passo consiste nella continua ricerca del consenso con chiunque sia in relazione con me.
Il terzo passo è la costruzione di una nuova politica, un altro modo di vivere i rapporti pubblici: gli uomini hanno una grossa difficoltà a costruire rapporti con altri uomini che non siano di potere (comando o subordinazione), o di cameratismo. Una sincera affettività non motivata dalla parentela è molto rara, perché mostrarsi affettuosi verso uomini con i quali non si hanno altri legami è ancora un tabù sociale, un problema di immagine pubblica, un modo per attirarsi risatine e battute sessiste.
Eppure questo modo di relazionarsi con gli altri aiuterebbe non solo tanti uomini a costruirsi una rete di rapporti più solidi e appaganti di quelli basati sul potere, ma permetterebbe azioni pubbliche e politiche molto più efficaci, perché alla struttura piramidale e verticale tipica delle azioni politiche istituzionali si sostituirebbe una volontà comune molto più forte di quella sorretta da favori, scambi economici, promesse elettorali.
Cambiare il proprio modo di gestire se stessi e le relazioni abbandonando il patriarcato è un modo migliore di vivere, è una vera e propria forma di vita che permette agli uomini di uscire dalle prigioni che si sono costruiti per mantenere un odioso potere o, meglio, per farlo mantenere ai pochi uomini al vertice che illudono gli altri concedendo micropoteri altrettanto odiosi e discriminanti.
Testo tratto da:
Lorenzo Gasparrini – Perché il femminismo serve anche agli uomini (Eris edizioni – prima edizione giugno 2020 – seconda edizione giugno 2024)