La terza ondata femminista: Anita Faye Hill e le Riot Grrrl
La terza ondata del femminismo si sviluppa negli Stati Uniti tra i primi anni ’90 e il primo decennio del Duemila.
Gli eventi scatenanti di questa terza ondata sono due: il primo è la denuncia dell’avvocata e docente americana Anita Faye Hill nei confronti di Clarence Thomas, nel 1991, che stava per essere confermato giudice alla Corte Suprema. L’accusa pubblica è di molestie sessuali sul luogo di lavoro.
L’accusa pubblica suscitò molto scalpore e segnò un cambiamento nel dibattito pubblico.
Dopo la denuncia di Hill, fu approvata una importante legge contro gli abusi sul posto di lavoro.
Ma c’è di più: sia Hill sia Thomas sono afroamericani.
Il caso divenne anche razziale: da una parte, infatti, c’era chi sosteneva il pregiudizio che Thomas, essendo nero, fosse più propenso alla violenza contro le donne; dall’altra, il fatto che Hill fosse nera la rendeva meno credibile agli occhi dei senatori che l’ascoltarono in Senato, tutti uomini, tutti bianchi.
Nel breve termine Hill subì durissimi attacchi pubblici: fu accusata di aver detto il falso e criticata per non aver reagito ai comportamenti di Thomas; durante le udienze davanti al Congresso che furono trasmesse in TV venne denigrata, la sua credibilità venne attaccata dai parlamentari e da parte della stampa.
Thomas alla fine venne confermato con 52 voti favorevoli e 48 contrari.
Il secondo evento coincide con l’inizio del movimento Riot Grrrl a Olympia (Washington).
Fino a quel momento il punk era stato territorio maschile, ma diverse attiviste femministe iniziarono a creare fanzine e formare band come Bratmobile, 7 Year Bitch o Heavens to Betsy.
In quegli anni Kathleen Hanna, cantante delle Bikini Kill, lavorava alla zine su cui poi comparse il Riot Grrrl manifesto, che si schierava contro la società che afferma che dire ragazza equivalga a dire stupida, cattiva, debole (Girl = Dumb, Bad, Weak).
Durante i concerti le Bikini Kill urlavano Girls to the front! – tutte le ragazze avanti! – per invitare le ragazze ad andare davanti a reclamare un loro spazio, per poi farlo anche nella società. La musica in questi anni condiziona particolarmente il movimento femminista e diffonde il concetto di empowerment.
Una delle fanzine delle Bikini Kill si chiamava Girl Power, e verso la fine degli anni ’90, con l’ascesa delle Spice Girls, quell’espressione diventò uno slogan del pop mainstream.

È da questi due eventi che il movimento femminista ha cambiato segno e ha attuato la volontà di superare i limiti del femminismo anni Settanta, a partire dal carattere eccessivamente occidentale, bianco e borghese.
L’obiettivo della terza ondata è lottare per i diritti delle minoranze etniche, della comunità LGBTQIA+, delle persone con disabilità, delle comunità trans e queer: per i diritti di tutti.
Kimberlé Crenshaw e il femminismo intersezionale
Per questo motivo si parla di femminismo intersezionale: espressione coniata dall’attivista Kimberlé Crenshaw, che evidenzia la sovrapposizione delle diverse identità sociali: tutte le forme di categorizzazione sociale e le loro relative discriminazioni sono intersecate tra loro.
Tutto è nato da un processo in cui cinque operaie accusarono la General Motors di discriminazione razziale e sessuale, sostenendo di essere state licenziate in quanto donne e nere.
Prima del Civil Rights Act (1964) la General Motors non aveva mai assunto una donna nera.
Negli anni Settanta, in reazione alla crisi economica, iniziarono a ridurre il personale, tutelando i dipendenti con maggiore anzianità lavorativa.
Inutile dire che le operaie nere furono le prime a essere licenziate, mentre la maggior parte delle donne bianche e degli uomini neri rimase.
Serviva un termine giuridico che combinasse le due esperienze di discriminazione, e così l’intersezionalità risponde alla necessità di intersecare il genere con altre categorie, come l’etnia, l’orientamento sessuale, la classe sociale o la disabilità.
Le persone fanno esperienza di molteplici livelli di oppressione intrecciati.
Le categorie sociali, infatti, sono alla base delle discriminazioni, ed è qui che si apre il dibattito sul concetto di privilegio, discusso dagli studi postcoloniali o dal femminismo afroamericano.
La teoria dell’intersezionalità (che ha comunque subìto critiche costruttive) ha permesso di ragionare sulle differenze nel movimento femminista e sulle sue divisioni interne.
I testi della terza ondata femminista
La terza ondata del femminismo ha prodotto opere chiave che hanno influenzato profondamente il dibattito su genere, sessualità e potere.
Alcune autrici, con i loro contributi, hanno ridefinito le prospettive tradizionali e aperto nuovi orizzonti teorici e pratici.
Naomi Wolf e “Il mito della bellezza”
Tra i testi cardine c’è Il mito della bellezza (1991) di Naomi Wolf.
L’autrice analizza come la società occidentale contemporanea usi la bellezza femminile come strumento di oppressione.
Secondo Wolf, il concetto di bellezza non è neutrale ma funzionale al mantenimento del potere maschile: le donne, intrappolate in standard estetici irraggiungibili, subiscono pressioni psicologiche e fisiche, diventando vittime di chirurgia estetica, disturbi alimentari e pornografia disturbante.
Questo “mito”, più che espressione di libertà, rafforza l’ego maschile, perpetuando dinamiche patriarcali.
Nonostante gli anni, il tema resta drammaticamente attuale: il bombardamento mediatico di immagini ideali continua a esercitare un’influenza tossica sulle donne, come la morte di Margaret Spada dopo un intervento di chirurgia plastica al naso.
Davvero una ragazza di 21 anni ha bisogno di rifarsi il naso?
Judith Butler: sovvertire il genere
Un altro pilastro della terza ondata è Judith Butler, pioniera della teoria queer.
Nel suo saggio Gender Trouble (1990), Butler sfida le nozioni tradizionali di genere, sostenendo che sia un costrutto sociale e storico invece che un dato naturale.
Attraverso un’analisi critica delle teorie della seconda ondata e della psicoanalisi, Butler denuncia come la normatività eterosessuale abbia interiorizzato la dualità sessuale, escludendo altre possibilità identitarie.
Il genere, secondo Butler, è una performance plasmata da relazioni di potere.
In Bodies that Matter (1993), l’autrice approfondisce il legame tra la materialità del corpo e le logiche di dominio, mostrando come i corpi stessi siano simboli di potere normativo.
Teresa de Lauretis e il genere come costruzione sociale
Tra le voci italiane, Teresa de Lauretis emerge con il suo saggio Tecnologie del genere (1987).
De Lauretis esplora il genere come rappresentazione artificiale, creata dai contesti e dalle pratiche sociali.
Propone un percorso di autocoscienza per liberarsi dalle imposizioni normative, aprendo la strada a una ridefinizione dell’identità femminile.
Eve Ensler e la potenza dei “Monologhi della vagina”
Sul versante più narrativo, I monologhi della vagina (1996) di Eve Ensler offrono un contributo unico, che alterna intimità, desiderio e denuncia sociale.

Attraverso una serie di monologhi interpretati da donne diverse, Ensler affronta temi come violenza sessuale, abusi e mutilazioni genitali. L’opera, trasposta anche a teatro, ha avuto un impatto straordinario.
Rosi Braidotti e Adriana Cavarero: nuove prospettive italiane
In Italia, altre due figure emergono per la loro innovativa riflessione filosofica:
- Rosi Braidotti, teorica del nomadismo femminista, promuove una visione del soggetto femminile in continuo divenire, aperto alle differenze.
È nota anche per i suoi studi sul postumano, secondo cui la biologia umana non rappresenta il limite ultimo delle possibilità.
- Adriana Cavarero denuncia il linguaggio filosofico tradizionale come sessuato, esclusivo e incapace di rappresentare pienamente le donne. La sua analisi invita a ripensare il rapporto tra linguaggio e genere.
Il cambiamento in Italia: dalla cultura alla legislazione
La terza ondata femminista in Italia non si ferma alla teoria. Nel 1996, un passo cruciale: la violenza sessuale viene riconosciuta come reato contro la persona e non più contro la morale pubblica.
Questo risultato è stato preceduto da anni di battaglie, come dimostrato dal celebre documentario Processo per stupro (1979), trasmesso dalla Rai.
L’avvocatessa Tina Lagostena Bassi difese una giovane vittima 18enne, mettendo in luce il pregiudizio che vedeva la moralità delle donne come criterio per giudicare la violenza subita.
Femminismo nero e Post colonialismo: una riflessione intersezionale
La terza ondata femminista ha superato i limiti del movimento precedente per abbracciare un’analisi più inclusiva e intersezionale. Tra i temi centrali emergono il femminismo nero e il femminismo postcoloniale, che intrecciano questioni di genere, razza e disuguaglianze globali.
Questi approcci, che si sono sviluppati tra gli anni Ottanta e Novanta, hanno portato avanti una critica radicale non solo al patriarcato, ma anche al razzismo e al colonialismo, spesso ignorati dalle prime ondate femministe (a questo proposito, suggerisco la lettura del saggio “Contro il femminismo bianco” di Rafia Zakaria).
Bell Hooks e il femminismo Nero: decostruire la “Blackness”
Il femminismo nero si afferma come risposta alla marginalizzazione delle donne nere all’interno del movimento femminista e dei movimenti per i diritti civili.
Una delle figure più rilevanti è Bell Hooks (pseudonimo di Gloria Jean Watkins), che nel suo saggio Postmodern Blackness (1991) analizza le connessioni tra razzismo e sessismo, identificandoli come sistemi di dominio interdipendenti.
Cresciuta nell’America segregazionista, Bell Hooks ha dedicato la sua vita a esplorare come le donne nere siano vittime di una doppia oppressione: da un lato, quella di genere; dall’altro, quella razziale.
Nel suo lavoro, Hooks propone una visione dinamica della “blackness”, rifiutando l’idea di un’identità nera monolitica. Questo concetto restrittivo, infatti, non permette di cogliere la diversità di esperienze e vissuti delle persone nere.

La proposta di Hooks è quella di abbracciare la pluralità: riconoscere e valorizzare le molteplici identità nere come un passo necessario verso la decolonizzazione culturale e sociale.
La sua critica non si ferma all’analisi teorica: Hooks attribuisce un ruolo centrale all’educazione come strumento di trasformazione sociale.
Attraverso l’istruzione, sostiene, è possibile costruire comunità più inclusive, che superino le divisioni etniche e di genere e promuovano una vera equità sociale.
Chandra Talpade Mohanty e il femminismo post coloniale
Un altro contributo cruciale alla riflessione femminista viene da Chandra Talpade Mohanty, teorica indiana emigrata negli Stati Uniti.
Nel suo saggio Sotto gli occhi dell’Occidente. Saperi femministi e discorsi coloniali (1988), Mohanty offre una critica radicale alla rappresentazione occidentale delle donne del cosiddetto “Terzo Mondo”.
Secondo Mohanty, il femminismo occidentale ha spesso costruito una narrazione univoca delle donne non occidentali, rappresentandole come povere, oppresse e prive di autonomia.

Questo approccio riduttivo non tiene conto delle specificità culturali, geografiche e storiche che modellano le esperienze di queste donne.
Tale visione, inoltre, perpetua una relazione di potere coloniale, in cui le donne occidentali si posizionano come salvatrici, negando alle donne del sud globale la possibilità di raccontare le proprie storie e rivendicare le proprie identità.
Mohanty propone un femminismo transnazionale che restituisca la voce alle donne del sud del mondo. Solo attraverso una partecipazione attiva e una comprensione contestualizzata delle loro vite, infatti, è possibile svincolarle dalle imposizioni dell’Occidente e promuovere un autentico processo di emancipazione.
L’eredità del femminismo nero e postcoloniale
Il femminismo nero e quello postcoloniale hanno contribuito in modo significativo a ridefinire il movimento femminista globale.
Questi approcci non solo ampliano il discorso di genere includendo etnia, classe e colonialismo, ma propongono anche strategie concrete per il cambiamento sociale.
L’importanza dell’educazione e la centralità della voce diretta delle donne restano tuttora elementi fondamentali per una pratica femminista che sia davvero inclusiva e trasformativa.
Queste correnti hanno insegnato al femminismo a non essere omogeneo e universale, ma a considerare le molteplici esperienze e oppressioni che ogni individuo può vivere.
L’intersezionalità della terza ondata femminista ha creato il terreno fertile per la nascita e lo sviluppo della quarta ondata, in cui tuttə siamo protagonistə nella lotta per superare barriere e abbattere stereotipi.