La quarta ondata femminista è quella che stiamo vivendo
Come ha sottolineato Nancy Fraser (2009), il femminismo della seconda ondata rappresenta il punto di riferimento con cui vengono confrontati tutti gli altri movimenti femministi.
Se la seconda ondata femminista è nata come critica al capitalismo di stato del secondo dopoguerra, quale forma assume oggi il femminismo, in un contesto dominato da una cultura neoliberista e consumistica, che accelera i processi globali e i cambiamenti culturali?
Per rispondere a questa domanda, facciamo prima un breve passo indietro.
La seconda e la terza ondata femministe
Lo slogan principale della seconda ondata femminista, “Il personale è politico”, ha reso evidente che il patriarcato, il sessismo e le disuguaglianze tra i generi hanno un impatto su ogni aspetto della nostra vita e, soprattutto, ha reso evidente quanto sia sterile attribuire maggiore peso alla vita pubblica rispetto a quella privata.
Il grande limite della seconda ondata femminista
Tuttavia, il grande limite del femminismo della seconda ondata è stato considerare le donne come un gruppo omogeneo.
In altre parole, le femministe degli anni ’60 e ’70 hanno costruito le loro identità politiche attraverso la cancellazione delle differenze trasversali a tutti i gruppi sociali.
Difatti, le critiche mosse dalle femministe nere (prima fra tutte Bell Hooks) e dalle femministe lesbiche (per esempio Monique Wittig) hanno giocato un ruolo fondamentale nella formazione del femminismo della terza ondata, perché per prime hanno denunciato il bisogno fondamentale di molteplicità.
La caratteristica fondamentale della terza ondata femminista
Non a caso la caratteristica fondamentale della terza ondata (che va dall’inizio degli anni ’90 al 2010 circa) è stata l’intersezionalità.
In Italia, la terza ondata femminista è emersa dall’esigenza e dal desiderio di declinare diversamente la partecipazione alla politica attiva, soprattutto dopo i fatti di Genova del 2001*.
La base della quarta ondata femminista: le teorie queer
La teoria queer è una teoria sociologica, incentrata sulla critica e il riesame dei concetti di sesso e genere, emersa all’inizio degli anni ‘90 negli Stati Uniti e in Europa.
Le teorie queer rifiutano una lettura omogenea delle categorie. Per esempio, queste teorie ci hanno aiutato a contestare lo stereotipo dell’omosessuale come categoria unica, omogenea e distinta da tutte le altre categorie.
Oggi è patrimonio comune ritenere le e gli omosessuali attraversati/e da tutte le altre categorie quali etnia, età, classe, genere.
Nel femminismo di terza ondata queste differenze venivano sacrificate in nome di una voce collettiva, di un unico soggetto capace di prendere parola per tutti e tutte.
Il queer ha mostrato come questa politica identitaria non abbia funzionato, come il coming out non abbia garantito la desiderata libertà da paura e discriminazioni.
Gli attivisti, le attiviste, gli studiosi e le studiose queer hanno iniziato a porsi domande diverse, che si allontanano dai codici culturali binari (eterosessuale/omosessuale – maschio/femmina).
Le teorie queer sono state anche le prime ad aprire un inedito dialogo con il maschile: un esempio ne è il mondo dell’antiviolenza, impegnato a organizzare attività di rieducazione per gli uomini maltrattanti, oltre che l’inclusione di uomini come operatori e come alleati nelle azioni politiche contro la violenza.
Le pratiche politiche della quarta ondata femminista
Le pratiche politiche della quarta ondata femminista sono molto diverse da quelle del passato: mettono in discussione gli stereotipi e gli immaginari comuni attraverso il travestimento nelle piazze, nei media o nei convegni.
Questo modo di stare nelle manifestazioni (un esempio: l’esibizione di Giulia Mei con la sua canzone Libera durante il corteo per il 25 novembre di Non una di meno a Milano o le performance di Murga Libre e Artivismo Milano sempre durante lo stesso corteo) rappresenta prima di tutto un atto di sovversione rispetto allo scontro, che invece è strumentale ai procedimenti con cui i governi legittimano la necessità di ricorrere alla violenza e alla repressione da parte delle forze dell’ordine (Piccinelli 2014, pagina 123).
La precarietà
Si tratta di forme di protesta e di resistenza che tentano di trasformare in modo attivo le limitazioni che caratterizzano questa generazione: ne è un esempio la precarietà che, da tipologia contrattuale, diventa vero e proprio terreno di riflessione e di produzione di conflitti.
Un terreno su cui costruire un nuovo protagonismo sociale capace di “inventare nuovi terreni di sperimentazione: nella condivisione degli spazi abitativi (per necessità ma anche per desiderio di provare a vivere sotto lo stesso tetto con modalità innovative);
nella ridefinizione delle relazioni d’amore (alla ricerca di nuove forme di intimità e scambio che non pretendano ruoli precostituiti);
nelle tipologie di consumo (perché i soldi sono pochi ma anche per la consapevolezza che come e dove spenderli ha effetti politici);
nella creazione di inedite relazioni di fiducia e cooperazione (centrali nella costruzione di reti di alleanze, dentro e fuori il posto di lavoro” (Galetto, Sconvegno – 2007/2008).
Il femminismo di quarta ondata e Internet
La trasformazione fondamentale del movimento femminista è avvenuta grazie a Internet, alla rete usata come vero e proprio strumento politico.
Internet è strumento di lavoro, incontro e scambio quotidiano che alimenta (ma non sostituisce) i momenti di compresenza fisica.
I social network
Il vero cambiamento, però, lo hanno portato i social: è grazie a loro che si è sviluppato quello che viene definito #activism.
La rete è il perfetto traduttore di pratiche individuali in azioni globali.
Grazie a questa traduzione, la vita quotidiana è diventata fonte di spunti capaci di attivare la partecipazione politica (Del Greco, Rossi, 2013).
Internet ha creato una comunità globale femminista, alla quale partecipano anche gli uomini, che discute e si organizza in rete. Le pratiche di questa comunità si basano su una chiamata all’azione contro sessismo e misoginia nella vita quotidiana, nel linguaggio della pubblicità, dei media, dai giornali ai siti online alla televisione.
In più, la comunità globale femminista ha come obiettivo quello di modificare i media dall’interno attraverso alleanze inedite per le quali sempre più spesso nascono associazioni di autocontrollo dall’interno, come per esempio negli ordini dei giornalisti o quello dei pubblicitari.
La quarta ondata femminista
La caratteristica della quarta ondata femminista è la partecipazione degli uomini alla richiesta di parità delle donne.
Molti uomini si sono resi conto che anche il maschile è vittima della società patriarcale e del suo ordine.
La quarta ondata femminista, questo insieme di donne e uomini, ha tradotto in pratica politica la consapevolezza che qualsiasi forma di privilegio sociale è invisibile a chi la detiene.
Per abbattere questa invisibilità serve interrogare i nostri privilegi, che sono un esercizio di potere.
I limiti della quarta ondata del femminismo
Anche i femminismi della quarta ondata rischiano di essere integrati nell’ordine che prevale così da continuare a servire gli interessi dominanti.
Per esempio, esiste un femminismo pop (online e offline) che diventa esclusivamente un “accessorio” all’ultima moda per le donne emancipate.
Un femminismo pop che non è capace (o a cui non interessa) offrire una critica alle strutture oppressive del patriarcato.
Il modello che vende è quello di una donna elegante, super impegnata, fiera di possedere molte scarpe, molte borse, che sta attenta alla linea, che si concede dei ritocchini ma che fa tutte queste cose solo per sé stessa.
Si tratta di un tipo di femminismo che non è capace (o non vuole) mettere in evidenza le contraddizioni dei messaggi mediatici e culturali, dei modelli imposti, ma che in modo del tutto casuale ne sceglie alcuni e li fa propri.
Come sottolinea Nina Power (2007), questa passività è funzionale al capitalismo femminilizzato perché non produce resistenze, rotture, contropensiero ma aumenti di fatturato per il mercato e senso di frustrazione per le consumatrici.
A questo proposito, ritengo utilissima la lettura del libro di Jennifer Guerra, Il femminismo non è un brand.
La quarta ondata è caratterizzata dal dialogo tra donne e uomini, dalla riflessione sui privilegi e dalla ricerca di nuove forme di resistenza contro il sessismo, il patriarcato e la cultura consumistica.
Tuttavia, il cammino non è privo di ostacoli: il rischio di banalizzare il femminismo in una moda o in un “accessorio pop” è dietro l’angolo.
Come possiamo mantenere vivo lo spirito critico e trasformativo del femminismo?
Come trasformare precarietà e stereotipi in opportunità per una società più equa?
[L’articolo è scritto sulla base di questo studio: Sveva Magaraggia, Il moto ondoso dei femminismi: abbiamo avvistato la quarta ondata?]
*I fatti del G8 di Genova
Durante la riunione dei capi di governo degli otto maggiori paesi industrializzati (G8) che si è svolta a Genova da venerdì 20 luglio a domenica 22 luglio 2001 i movimenti no-global e le associazioni pacifiste hanno dato vita a manifestazioni di dissenso, seguite da tumulti di piazza, con scontri tra forze dell’ordine e manifestanti, fra cui si erano infiltrati i Black Bloc.
Durante uno di questi scontri in Piazza Alimonda, il carabiniere Mario Placanica ha ucciso il manifestante Carlo Giuliani.
Inoltre, la polizia irrompe in una scuola (la Diaz) che ospita perlopiù attivisti, giornalisti e studenti disarmati, che subiscono un pestaggio e successivamente altre violenze nella caserma dove vengono portati.
Nei sei anni successivi, lo Stato italiano subisce alcune condanne in sede civile per gli abusi commessi dalle forze dell’ordine.
Nei confronti di funzionari pubblici sono stati aperti procedimenti in sede penale per i medesimi reati contestati.
Altri procedimenti sono stati aperti contro i manifestanti per gli incidenti avvenuti durante le manifestazioni.
Circa 250 dei procedimenti, originati da denunce nei confronti di esponenti delle forze dell’ordine per lesioni, sono stati archiviati per l’impossibilità di identificare personalmente gli agenti responsabili; la magistratura, tuttavia, pur non potendo perseguire i colpevoli, in alcuni casi ha ritenuto effettivamente avvenuti i reati contestati.
Il 7 aprile 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha dichiarato all’unanimità che è stato violato l’articolo 3 della Convenzione sul “Divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti”, durante l’irruzione alla scuola Diaz.
Il 6 aprile 2017, di fronte alla stessa Corte, l’Italia ha raggiunto una risoluzione amichevole con sei dei sessantacinque ricorrenti per gli atti di tortura subiti presso la caserma di Bolzaneto, ammettendo la propria responsabilità.