Come lavora un giornalista?

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Come lavora un giornalista? Questa domanda mi viene rivolta spesso, per questo ho deciso di raccontare come lavoro.

Le storie ci accompagnano tutta la vita, trasformano i concetti complessi in concetti comprensibili, trasmettono informazioni e valori. Ci emozionano, riescono a creare un ponte tra le nostre credenze e quelle di chi sentiamo diverso da noi. Ci uniscono.

È questo il motivo per cui io, la giornalista, l’ho voluta fare da sempre. Ho sempre voluto raccontare storie.

Non è stato un percorso semplice, non lo è tutt’ora: intere giornate trascorse da sola a fare ricerca, a trovare una storia, a buttare giù la proposta, ad aspettare che venga accettata, a cercare, trovare, verificare fonti, a intervistare, scrivere, rileggere, modificare, a rileggere ancora, a riscrivere ancora.

Poi il pezzo è pronto, e quando è pronto mi sento la Virginia Woolf del giornalismo, sono fiera di me.

È a questo punto che arrivano i dubbi: ho verificato tutte le fonti? ho scritto in modo chiaro? avrei potuto scrivere meglio quel paragrafo? il mio punto di vista è troppo marcato?

Il punto di vista

Quello del punto di vista è un dilemma per il lavoro dei giornalisti: siamo esseri umani, una storia non è mai del tutto obiettiva. Il solo fatto di scegliere di raccontarla è già un’opinione. Ci sarà sempre una frase, una parola, una sfumatura che evidenzierà il mio punto di vista.

Nonostante i dubbi, la voglia di scrivere e diffondere certe idee, certi concetti, certe mentalità, è più forte di tutto.

La voglia di provare a cambiare quello che non funziona nella nostra società, perché non si conosce o perché è soggetto a pregiudizi, è più forte di tutto.

Il giornalista è prima di tutto lettore

Io nel giornalismo ci credo. Perché io per prima sono lettrice di notizie e di storie.

E mi aspetto di leggere notizie e storie che mi insegnino teorie, culture e visioni che non conosco, anche se sono distanti dal mio modo di essere e di stare al mondo.

Perché mi aspetto di leggere notizie utili al mio vivere quotidiano. Perché ho bisogno di capire.

Oltre a svolgere ricerche per ogni storia, ne verifico i fatti.

Studio report, statistiche e documenti per assicurarmi che quella che scrivo sia la verità.

Uso molto Google Scholar, il motore di ricerca di materiali accademici per leggere studi di esperti, tesi di laurea, articoli, libri, rapporti tecnici e statistiche.

Mi avvalgo anche dei dati Istat e di quelli dell’EIGE, l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere.

Tengo sotto controllo anche siti di ricerca e di informazione americani, utili per trattare molti argomenti da punti di vista diversi dal contesto italiano.

Leggo molto: saggi, biografie, romanzi.

Mariangela CampoLa fonte principale del giornalista: le persone

Ma le fonti principali delle mie storie restano sempre le persone, quelle direttamente coinvolte nello sviluppo di un’idea, di un progetto, di un’azienda che mi hanno ispirata a raccontarle.

Storie che, come ho detto, non saranno del tutto obiettive ma saranno oneste e accurate, descritte secondo ciò che funziona ma anche secondo tutto ciò che non funziona.

Qualunque cosa stia raccontando, un’azienda, uno studio, un libro, un’idea, una teoria, un evento non sarà mai perfetta: ci sono sempre dei punti di debolezza, dei limiti, degli aspetti migliorabili.

Ogni storia che scrivo come giornalista è il risultato del lavoro di molti. Dei protagonisti, di chi mi fornisce dati e fonti, di chi mi consente di pubblicare queste storie, dei lettori. Io sono la mano, ma il materiale è fornito da tantissime persone.

Scrivere è un lavoro di solitudine e, insieme, di relazione. Senza collaborazione, scrivere è impossibile.

Il giornalismo costruttivo

L’ho intuito fin dai primi passi in questo mestiere, il giornalismo costruttivo me l’ha confermato: il vero giornalismo è quello intenzionale, quello che si dà uno scopo e che prova a produrre un cambiamento.

Il giornalismo costruttivo consente a me e ai lettori di scoprire i modi in cui le persone agiscono per risolvere i problemi e migliorare il contesto in cui viviamo, è improntato a una scelta etica molto forte, risponde alla necessità dell’esperienza diretta e della condivisione, dimostra che i nostri valori hanno un peso, insegna a conoscere i propri limiti e a ribaltarli, a valorizzarli.

I temi su cui mi concentro sono i giovani, la parità di genere, l’educazione ai media.

I temi del mio lavoro come giornalista

Ho cominciato a indagare il mondo dei giovani fin dai miei primi passi come giornalista, perché volevo approfondire la dissonanza che emerge tra quello che leggo nei rapporti di istituzioni, scuole, università e quello che invece ascolto dai giovani stessi.

Sembra che la voce dei giovani manchi completamente dal dibattito pubblico, eppure sono loro il nostro futuro.

Con i miei articoli, voglio anche contribuire a diminuire il gender gap, le differenze di trattamento e di condizioni tra donne e uomini a partire dall’educazione e dall’istruzione.

Ci tengo a precisare che non demonizzo gli uomini, che hanno parte attiva nel diminuire il gender gap e, spesso, lo fanno meglio delle donne.

Inoltre, è arrivata la pandemia, il mondo è stato lacerato e ora ha bisogno di essere ricostruito e, in questo, un fattore fondamentale secondo me è l’educazione ai media.

Le storie che racconto hanno sempre a che fare con questi temi: giovani, gender gap, educazione ai media.

Parto dal problema, mi aiuto con dati e statistiche, libri e studi, lo esamino a fondo e poi provo a dare una soluzione che, benché imperfetta e migliorabile, sia a misura d’uomo, cioè replicabile.

Le mie storie, quindi, parlano di problemi e di soluzioni: il mio obiettivo è ispirare i lettori, dare loro un senso di appartenenza a una comunità reale, tangibile.

Voglio che i miei lettori agiscano con me per rendere il mondo un posto più accogliente, non perché è giusto farlo, ma perché scelgono di farlo.

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