Afghanistan 2026 e gender apartheid: la rivolta delle donne di Herat contro i Talebani

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Tra il 7 e l’8 giugno 2026 la polizia morale talebana ha arrestato almeno 30 donne a Herat per presunte violazioni del codice di abbigliamento. La protesta che ne è seguita è stata repressa con la violenza: le forze talebane hanno aperto il fuoco sulla folla e hanno fatto almeno due morti, tra cui un bambino, e oltre venti feriti (fonte ONU). Non è un episodio isolato: dal 2021 i talebani hanno introdotto oltre 150 provvedimenti restrittivi contro le donne afghane, 16 dei quali violano la Convenzione ONU sulla discriminazione di genere (CEDAW). In questo approfondimento ricostruisco i fatti, la storia dei diritti delle donne in Afghanistan dal Novecento a oggi, con la testimonianza della giornalista in esilio Atefa Ghafoory, e analizzo perché il corpo delle donne, in Oriente come in Occidente, resta da sempre il primo terreno di scontro politico

Herat, Afghanistan nord-occidentale: tutto comincia tra il 7 e l’8 giugno 2026, la polizia morale talebana (il Ministero per la promozione della Virtù e la prevenzione del Vizio) intensifica i controlli nelle auto e nei risciò di Herat, la terza città più popolosa dell’Afghanistan.

Le donne fermate vengono accusate di non rispettare le norme sull’abbigliamento: niente trucco, niente profumo, obbligo di burqa o chador con mascherina, volto sempre coperto.

Secondo i dati raccolti dall’UNAMA, la missione ONU in Afghanistan, vengono arrestate almeno 30 donne. Fonti locali ne verificano l’identità di 21. Alcune testimonianze raccolte dall’Osservatorio Afghanistan raccontano che diverse donne fermate indossavano abiti già conformi alle regole imposte dal regime.

Il 9 giugno, nel quartiere di Jebrail, a nord-ovest della città, centinaia di persone, donne, uomini, bambini, scendono in strada. Lo slogan è semplice e diretto: “Istruzione, lavoro, libertà”.

Le forze talebane rispondono aprendo il fuoco sulla folla. I video circolati sui social mostrano militanti armati che sparano, picchiano i manifestanti con bastoni, lanciano pietre contro i civili.

Il bilancio, secondo i relatori speciali ONU per i diritti umani, è di almeno due morti, tra cui un bambino, e più di venti feriti.

I funzionari talebani smentiscono. Sayed Masoud Hosseini, portavoce della polizia di Herat, definisce “infondate” le notizie sulle vittime e parla di un intervento necessario contro chi si opponeva a un “obbligo divino”.

Nei giorni successivi, i mercati di Herat restano deserti. La popolazione si chiude in casa, per paura di nuove rappresaglie.

La reazione internazionale

UN Women parla di “grave preoccupazione”, sottolineando che la detenzione di una donna in Afghanistan porta con sé uno stigma sociale enorme, capace di tradursi in ulteriore violenza durante la permanenza in carcere e anche dopo il rilascio.

Rapporti e testimonianze dirette indicano che le donne detenute nelle prigioni talebane subiscono trattamenti disumani: violenze fisiche, scariche elettriche, percosse e abusi sessuali sono pratiche sistematiche.

Georgette Gagnon, vicerappresentante speciale ONU e capo della missione UNAMA, ne parla davanti al Consiglio di Sicurezza. Richard Bennett, relatore speciale ONU sui diritti umani in Afghanistan, scrive su X per tre giorni consecutivi definendo gli arresti “illegali e inaccettabili”.

Il Parlamento europeo aveva già approvato, il 21 maggio 2026, una dura risoluzione contro il regime talebano. Anche il governo britannico esprime “preoccupazione”.

Cos’è la polizia morale talebana e cosa vieta alle donne afghane

La polizia morale talebana è l’apparato repressivo presente nel Ministero per la promozione della Virtù e la prevenzione del Vizio, incaricato di imporre la rigorosa interpretazione della sharia. Questo corpo di vigilanza ha il compito di controllare la vita pubblica e privata dei cittadini afghani, reprimendo qualsiasi comportamento ritenuto non conforme ai dettami religiosi.

La sua azione si concentra in modo particolare sulla sottomissione e sulla cancellazione della presenza femminile nella società.

Ridurre quanto accaduto a Herat a una “questione di abbigliamento” sarebbe un errore.
Ed è probabilmente l’errore che il regime talebano vuole farci commettere.

Come scrive l’Osservatorio Afghanistan, la vera domanda è “fino a che punto le donne possano essere presenti nella società afghana, dove possano andare, cosa possano fare e quale ruolo possano svolgere nella vita pubblica”.

La mappa dei divieti, dal 2021 al 2026

Dal ritorno al potere dei talebani, il 15 agosto 2021, la compressione dei diritti delle donne afghane è stata sistematica e costante. Il Parlamento europeo, nella risoluzione di maggio 2026, ha contato oltre 150 provvedimenti restrittivi in meno di cinque anni.

Un’analisi giuridica pubblicata il 2 aprile 2026 da OHCHR (l’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani) e UN Women, ha stabilito che 16 di questi provvedimenti violano la CEDAW, la Convenzione ONU sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, ratificata dall’Afghanistan nel 2003.

Ecco cosa significa essere donna in Afghanistan oggi:

  • niente scuola secondaria né università per le ragazze;
  • niente lavoro nella maggior parte dei settori pubblici e privati, incluse ONU e ONG, alcune eccezioni sono concesse solo per personale medico e infermieristico in ospedali specifici;
  • divieto di gestire o lavorare in saloni di bellezza;
  • divieto di uso di cosmetici;
  • hijab obbligatorio dal maggio 2022, in molte province burqa o chador integrale;
  • frustate in pubblico per le donne che non hanno le caviglie coperte;
  • divieto di percorrere più di 72 km senza un mahram, un accompagnatore maschio;
  • divieto di trattare con negozianti maschi;
  • divieto di farsi visitare da medici maschi;
  • vietato esprimersi in pubblico;
  • vietato ridere per evitare di essere “sentite” in pubblico;
  • vietato portare scarpe col tacco perché producono suono quando si cammina;
  • vietato indossare abiti dai colori vivaci perché “sessualmente attraenti”;
  • vietato indossare pantaloni larghi anche sotto il burqa;
  • vietato accedere a parchi, palestre e parchi di divertimento;
  • divieto di andare in bicicletta;
  • divieto per le donne di incontrarsi in occasioni di festa o per scopi ricreativi;
  • divieto per le donne di apparire sui balconi dei loro appartamenti o case;
  • pittura obbligatoria di tutte le finestre cosicché le donne non possano essere viste da fuori;
  • divieto di bagni pubblici femminili;
  • dall’agosto 2025, i libri scritti da donne vengono rimossi dai programmi universitari;
  • a marzo 2025, in alcune province, alle donne è stato impedito di pregare nelle moschee durante il Ramadan;
  • dal 7 gennaio 2026 il nuovo codice di procedura penale ha legalizzato di fatto la violenza domestica e ha privato le donne di tutela giuridica.

Secondo il Georgetown Institute for Women, Peace and Security (GIWPS), quest’ultimo provvedimento “non rappresenta una rottura improvvisa, ma la formalizzazione giuridica di una discriminazione già praticata negli anni precedenti”.

Gender apartheid: cosa significa, e chi lo dice

Nel luglio 2025 la Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto contro il capo dei talebani e il presidente della Corte suprema per “persecuzione per motivi di genere”, un crimine contro l’umanità.

Nel marzo 2026, davanti all’ONU, Malala Yousafzai ha definito il sistema talebano una vera e propria gender apartheid:

Questo non è cultura. Non è religione. È un sistema di segregazione e dominio

Amnesty International ha chiesto formalmente che l’apartheid di genere venga riconosciuto come crimine nel diritto internazionale.

La storia delle donne afghane: cento anni in cinque tappe

Per capire la profondità del precipizio in cui si trovano le donne afghane oggi, serve fare un passo indietro.
Un passo lungo, di almeno un secolo.
Perché l’Afghanistan non è sempre stato così, e questa storia, spesso rimossa dal racconto occidentale, è politicamente fondamentale.

1920-1978: gli anni del progresso

Negli anni Venti il re Amanullah avvia un processo di modernizzazione che include l’apertura all’istruzione femminile.
Negli anni Cinquanta e Sessanta l’emancipazione delle donne afghane è in pieno svolgimento: alcune frequentano l’università, esercitano professioni liberali, lavorano come insegnanti e funzionarie pubbliche.

Negli anni Settanta, sotto governi progressisti, le donne di Kabul circolano liberamente e scelgono se indossare o meno il velo.

1978-1996: la spirale della guerra

L’invasione sovietica del 1979 e la guerra civile che segue, prima tra le fazioni dei Mujaheddin, poi contro le forze governative, riversano la violenza anche sui corpi delle donne.

Con l’avvento dei Mujaheddin, tra il 1992 e il 1996, la condizione femminile precipita.

I mujaheddin erano una coalizione eterogenea di milizie locali unite per liberare il Paese dall’occupazione straniera dell’URSS. Praticavano un Islam ancorato alla tradizione locale e sufi. Molti dei mujaheddin erano veterani di guerra afghani, sostenuti da alleanze di clan e finanziati anche da potenze occidentali e arabe in chiave anti-sovietica.

Dopo la caduta del governo comunista, i talebani combatterono e sconfissero militarmente le fazioni dei mujaheddin nei primi anni ’90, conquistando Kabul per la prima volta nel 1996. 

I talebani seguono un’interpretazione estremamente dogmatica e totalizzante dell’Islam, fortemente influenzata dall’ideologia wahabita/salafita. I talebani (“studenti” in lingua pashto) sono un movimento ideologicamente coeso nato in Pakistan, originariamente formato da giovani rifugiati e guidato da mullah (studiosi di religione).

1996-2001: il primo regime talebano, l’annientamento

Con la conquista talebana del 1996, le donne afghane vengono escluse dallo spazio pubblico in modo sistematico. Il burqa diventa obbligatorio.
Le ragazze sono escluse da ogni istruzione: nel 2000 le studentesse rappresentano lo 0,4% di un milione di iscritti scolastici.

Nessuna donna può lavorare fuori casa né uscire senza un accompagnatore maschio.
L’accesso alle cure sanitarie si riduce drasticamente: solo il 6% delle nascite avviene con assistenza medica, e l’aspettativa di vita femminile scende a 46-50 anni.
Le donne che aprono scuole clandestine per bambine vengono giustiziate.

Nel maggio 2001, pochi mesi prima dell’invasione americana, il regime vieta trucco, smalto e gioielli. Ogni centimetro del corpo femminile diventa territorio di controllo politico.

2001-2021: vent’anni di diritti riconquistati

Con la caduta del primo regime, nel 2001, molti divieti vengono abrogati.
Le bambine tornano a scuola: la percentuale di studentesse sale fino al 40%.
Le università si riaprono alle ragazze, l’aspettativa di vita femminile sale a 66 anni.

Nasce un Ministero degli Affari Femminili e il Parlamento conta rappresentanti donne.

Non è parità piena, né sicurezza garantita, ma un movimento riconoscibile nella direzione dei diritti fondamentali, un patrimonio collettivo costruito ogni giorno, contro resistenze enormi.

2021-2026: la grande retromarcia

Il 15 agosto 2021 i talebani rientrano a Kabul, promettendo falsamente un governo “più morbido”.
La smobilitazione dei diritti procede per gradi, senza soste:

  • settembre 2021: chiude il Ministero degli Affari Femminili, convertito nella sede della polizia morale;
  • fine 2021: vietato percorrere più di 72 km senza accompagnatore;
  • maggio 2022: hijab obbligatorio per legge;
  • dicembre 2022: divieto di università per le donne;
  • 2024: la “legge sul vizio e la virtù” (114 pagine) vieta le voci femminili in pubblico e istituzionalizza il controllo sul corpo;
  • agosto 2025: rimossi i libri scritti da donne dai programmi universitari;
  • novembre 2025: a Herat, vietato l’ingresso negli uffici pubblici alle donne senza burqa;
  • gennaio 2026: il nuovo codice penale formalizza la violenza di genere.

Secondo le Nazioni Unite, oggi 22,9 milioni di persone, quasi la metà della popolazione afghana, dipendono dagli aiuti umanitari.
E sono le donne a pagare il prezzo più alto, private di ogni indipendenza economica.

Il corpo delle donne come arma politica: una storia (anche) occidentale

Quello che accade a Herat non è un’anomalia “lontana da noi”. È la versione più esplicita e violenta di un meccanismo che attraversa epoche e confini: il controllo politico del corpo femminile come strumento di potere.

Anche l’Occidente lo fa: Italia, Stati Uniti, Polonia

In Italia, il Codice Rocco del 1930, la legge penale fascista, in vigore per parti rilevanti fino agli anni Settanta, classificava aborto e propaganda contraccettiva tra i “delitti contro la stirpe”: crimini contro l’interesse demografico dello Stato, non contro la donna come persona.

Il governo di centrodestra guidato da Giorgia Meloni non ha formalmente abolito o modificato la Legge 194. Tuttavia, la sua linea politica mira a disincentivare l’aborto attraverso la piena applicazione della parte della legge dedicata alla “tutela sociale della maternità” e l’introduzione di misure organizzative e finanziarie che hanno riacceso il dibattito politico.

Un emendamento al decreto PNRR ha aperto alla possibilità per le regioni di far entrare associazioni del “terzo settore” (incluse quelle pro-vita) all’interno dei consultori familiari.
Critici e opposizioni sostengono che ciò possa creare pressioni psicologiche sulle donne, sebbene i sostenitori affermino che serva solo a offrire maggiore supporto e alternative.

All’interno della coalizione sono state depositate diverse proposte di legge (tra cui alcune a firma di esponenti di Fratelli d’Italia) che mirano a tutelare giuridicamente il concepito fin dal momento del concepimento.

Negli Stati Uniti, il 24 giugno 2022 la Corte Suprema ha ribaltato Roe v. Wade con la sentenza Dobbs v. Jackson, eliminando il diritto costituzionale all’aborto dopo cinquant’anni e restituendo la materia ai singoli stati.

In Polonia, il 22 ottobre 2020 il Tribunale Costituzionale, controllato dalla coalizione di destra PiS, ha dichiarato illegale l’aborto anche in caso di gravi malformazioni fetali, eliminando di fatto il 96% degli aborti legali nel paese.
Nel 2022 negli ospedali polacchi sono stati eseguiti solo 161 aborti, in un paese di 38 milioni di abitanti. Almeno due donne sono morte di sepsi perché i medici, per timore di conseguenze penali, hanno atteso la morte spontanea del feto prima di intervenire.

Il filo che lega questi episodi è sempre lo stesso: il corpo delle donne come territorio su cui i sistemi di potere, in crisi o in consolidamento, scelgono di affermarsi.

Iran 1979: il velo, da simbolo di rivolta a obbligo di legge

Il parallelo più diretto con l’Afghanistan resta l’Iran. Il 7 marzo 1979, poche settimane dopo la caduta dello scià, Khomeini decreta l’obbligo del velo negli uffici pubblici, definendo l’assenza dell’hijab “nudità”.

L’8 marzo, Giornata internazionale della donna, decine di migliaia di donne scendono in piazza a Teheran. La protesta dura sei giorni. Studentesse, impiegate, insegnanti, madri: tutte unite da una sola richiesta, poter scegliere se indossare o meno l’hijab.

Il governo arretra, temporaneamente. Ma nel giro di due anni, con l’eliminazione dei moderati, il velo diventa obbligatorio per legge: prima negli uffici pubblici nel 1980, poi per tutte le donne nel 1981.

C’è un dettaglio che il racconto spesso dimentica: molte di quelle donne avevano indossato il velo volontariamente, come simbolo di opposizione all’occidentalizzazione forzata imposta dallo scià.

Lo stesso indumento, prima strumento di ribellione, diventa poi strumento di obbedienza imposta, a seconda di chi detiene il potere.

Come stanno le donne in Iran, oggi

Durante i quasi quattro mesi di guerra che si è aperta il 28 febbraio 2026 con l’attacco di USA e Israele all’Iran e che ha causato la morte della Guida Suprema Ali Khamenei, sostituito dal figlio Mojtaba, la situazione delle donne iraniane è peggiorata su più fronti.
Amnesty International ha sostenuto l’uscita nelle sale italiane del documentario “A War on Women”, diretto da Raha Shirazi, dedicato proprio all’impatto del conflitto sulle donne iraniane.

Le autorità stanno usando le “condizioni di tempo di guerra” come pretesto per intensificare la repressione del dissenso tramite arresti arbitrari di massa, processi sommari, esecuzioni politiche e confische di beni, un quadro che, in base ai pattern già documentati da Amnesty in precedenza, colpisce in modo specifico anche attiviste per i diritti delle donne, giornaliste e cantanti che si esibiscono senza velo.

La nuova legge sullo spionaggio (entrata in vigore in ottobre 2025) prevede la pena di morte anche per attività pacifiche, come l’invio di informazioni a giornalisti stranieri, sotto l’accusa di “corruzione sulla terra”, una norma che si applica anche alle attiviste donne.

Sul piano del dibattito interno, cresce tra le attiviste iraniane il timore che i diritti delle donne tornino a essere considerati negoziabili o rinviabili in un eventuale scenario post-bellico, dopo che per anni le donne hanno mantenuto aperta la frattura nel sistema.

NOTA: nel report consultato non ho trovato dati quantitativi disaggregati per genere su vittime civili, arresti o detenute specificamente nel periodo di guerra.

Perché sempre il corpo? Il pattern, spiegato

Quando un potere, un governo, un regime religioso, vuole imporre un certo ordine alla società, la prima cosa che cerca di controllare è il corpo delle donne.

Il motivo è semplice: dal corpo delle donne dipende chi nasce, quando nasce, come viene cresciuto. Dalle donne, dipende il futuro stesso di quella comunità. Chi controlla questo, controlla tutto il resto.

Per questo, ogni volta che un sistema di potere vuole affermarsi, finisce quasi sempre per scrivere regole su come le donne devono vestirsi, con chi possono sposarsi, se e quando possono avere figli, se possono lavorare, studiare, uscire di casa da sole.

Non è un caso isolato, e non succede solo in alcuni paesi: è un meccanismo che si ripete in epoche e culture molto diverse tra loro. Come ricostruisce il collettivo Differenza Donna, “dalla pólis dell’Antica Grecia […] il corpo delle donne è stato allontanato, taciuto e nascosto dallo spazio pubblico”, fino ai giorni nostri.

Questo ci dice una cosa importante: non è una caratteristica “naturale” delle donne quella di essere controllate. È una scelta politica, fatta e rifatta nel corso della storia, da poteri diversi.

Negli anni Settanta le femministe avevano trovato una frase semplice per dire tutto questo: “il personale è politico”. Significa che cose che sembrano riguardare solo la sfera privata, come il proprio corpo, il modo di vestirsi, la propria sessualità, in realtà non sono mai davvero “solo private” quando un potere decide di metterci sopra delle regole.

Un chiarimento importante, per evitare fraintendimenti. Dire questo non significa mettere sullo stesso piano l’Afghanistan, la Polonia, l’Italia e gli Stati Uniti. Le differenze tra questi paesi restano enormi, e i crimini dei talebani sono un caso estremo che va trattato come tale, senza sconti e senza relativismi.

Significa solo che quanto accade a Herat non è un episodio isolato, incomprensibile, lontano da noi. È la versione più dura e più visibile di un meccanismo che, in forme diverse, riguarda anche le nostre società.

«La nostra arma è la conoscenza»: la testimonianza di Atefa Ghafoory

I numeri, i decreti, le cronache rischiano di restare astratti senza la concretezza di una vita. Atefa Ghafoory è quella vita.

Giornalista pluripremiata, nata e cresciuta a Herat, la stessa città dove il 9 giugno la polizia morale ha sparato sui manifestanti, Ghafoory è fuggita dall’Afghanistan nell’agosto 2021.
La sua fuga è durata oltre tre mesi e una cinquantina di rifugi cambiati.
Oggi vive in Svezia, dove ha ottenuto asilo politico e studia per diventare infermiera.

La sua storia personale è uno specchio della storia recente del suo paese.
Durante il primo regime talebano, a sette anni, la madre la manda in una scuola segreta per imparare a leggere e scrivere, dopo che un imam l’aveva frustata per una ciocca di capelli sfuggita al velo.
A poco più di otto anni, alcuni miliziani tentano di comprarla per darla in sposa: la famiglia cambia casa per proteggerla.

Diventata giornalista, dirige il comitato femminile dell’Afghan Journalists Safety Committee, salvando 60 colleghe prima di essere costretta a fuggire lei stessa.

Nell’intervista rilasciata a Vita.it il 12 giugno 2026, Ghafoory descrive la propria vita come spezzata in due: la libertà vissuta in Svezia, e la parte di sé rimasta a Herat. Sulle proteste del 9 giugno, la sua reazione mescola dolore e lucidità politica: ogni proiettile sparato sulle donne afghane è, nelle sue parole, “una scure contro le radici degli oppressori”.

Fa un inventario preciso di ciò che il regime ha tolto in cinque anni: lavoro, studio, vita sociale, libertà di movimento, accesso a parchi e ristoranti, giustizia, sicurezza negli ospedali.
Nomina il matrimonio forzato delle bambine di nove anni e la violenza domestica legittimata dai talebani.

La sua chiave di lettura, però, non è la disperazione: “La nostra arma è l’apprendimento e la conoscenza”. Da quando vive in esilio, continua ad aiutare le ragazze afghane a imparare lingue e competenze, perché il sapere è l’unica cosa che nessun decreto può sequestrare del tutto.

Suo figlio, che oggi ha l’età che aveva lei alla prima fuga in Iran, le chiede perché in Afghanistan la pace non arrivi mai. Lei non ha una risposta semplice. Ma continua a scrivere, formare, testimoniare, perché in un paese dove alle donne è vietato far sentire la propria voce, anche questo è un atto politico.

Perché questa storia ci riguarda

La comunità internazionale, noi compresi, ha una responsabilità.

Ogni volta che un arresto a Herat scivola nell’indifferenza, ogni volta che “gender apartheid” resta un’etichetta senza conseguenze politiche reali, diventiamo corresponsabili di quella sparizione.

Non basta indignarsi. Bisogna nominare, documentare, fare pressione sui governi che continuano a trattare con un regime che ha trasformato il corpo delle donne nel proprio campo di battaglia.

Come ha detto Malala all’ONU, nel marzo 2026: “I discorsi non proteggono le ragazze.”

Fonti

  • UN News, ‘Grave concern’ after dozens of women arrested in Afghanistan for dress violations, 11 giugno 2026 – news.un.org
  • UN News, Four years on, here’s what total exclusion of women in Afghanistan looks like, agosto 2025 – news.un.org
  • Osservatorio Afghanistan, I talebani aprono il fuoco sui manifestanti a Herat, 9 giugno 2026 – osservatorioafghanistan.org
  • Osservatorio Afghanistan, Quando la cancellazione delle donne non fa più notizia: Herat e la nascita dell’apartheid di genere, giugno 2026 – osservatorioafghanistan.org
  • Osservatorio Afghanistan, 16 politiche dei talebani violano il Trattato CEDAW, aprile 2026 – osservatorioafghanistan.org
  • Osservatorio Afghanistan, Il sistema di divieti che cancella le donne, aprile 2026 – osservatorioafghanistan.org
  • Parlamento europeo, risoluzione sulla situazione delle donne e delle ragazze in Afghanistan, 21 maggio 2026, via Osservatorio Afghanistan – osservatorioafghanistan.org
  • Amnesty International, Rapporto annuale 2026 Afghanistan – amnesty.it
  • ISPI, Afghanistan: il silenzio delle innocenti, agosto 2024 – ispionline.it
  • TPI, Afghanistan: i talebani sparano sulla folla che protesta contro l’hijab obbligatorio, 9 giugno 2026 – tpi.it
  • Città Nuova, Afghanistan: le donne secondo il nuovo Regolamento di Procedura Penale, febbraio 2026 – cittanuova.it
  • Cristina Giudici, Atefa Ghafoory, la giornalista in esilio: «L’arma delle donne afghane è la conoscenza», Vita.it, 12 giugno 2026 – vita.it
  • Wikipedia, Condizione della donna in Afghanistan — it.wikipedia.org
  • Osservatorio Afghanistan, La settimana delle donne all’ONU: divisioni, allarmi e testimonianze, marzo 2026 – osservatorioafghanistan.org
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