Educazione sessuale nelle scuole, il nuovo ddl la vieta alle primarie e la vincola al consenso genitoriale: i dati però raccontano un’altra storia

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Il 4 giugno 2026 il Senato italiano ha approvato definitivamente, con 78 voti a favore e 38 contrari, un ddl sull’educazione sessuale nelle scuole. La legge vieta qualsiasi trattazione di temi sessuali nelle scuole dell’infanzia e nelle primarie. Per le scuole medie e superiori introduce l’obbligo di consenso scritto da parte dei genitori, da richiedere almeno una settimana prima delle attività, con visione preventiva dei materiali didattici. Gli studenti maggiorenni possono firmare autonomamente. La scuola è tenuta a garantire attività alternative per chi non partecipa. Il provvedimento, è stato criticato da associazioni come Save the Children e da esperti di salute pubblica: secondo l’OMS, l’educazione sessuale scolastica riduce gravidanze precoci, infezioni sessualmente trasmissibili e violenza di genere. L’Italia rimane uno dei pochi paesi UE senza obbligo di educazione sessuale, insieme a Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia e Romania.

Quando avevo 12 anni, mia madre mi spiegò le mestruazioni con la stessa voce che usava per dirmi di non stare al sole troppo a lungo.
Informativa. Sbrigativa. Come se bastasse.
Il resto, il corpo, il desiderio, i confini, il no, il consenso, l’ho imparato da sola.
A volte nel modo sbagliato.

Il mio non è un caso isolato, è stato la norma per la mia generazione.

il ddl Valditara: consenso informato a scuola per l’educazione sessuale e affettiva

Giovedì 4 giugno 2026, il Senato italiano ha approvato definitivamente (con 78 voti a favore e 38 contrari) il cosiddetto ddl Valditara, dal nome del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara.

Il testo è semplice, nei fatti: divieto assoluto di affrontare temi di natura sessuale nelle scuole dell’infanzia e nelle primarie.
Obbligo di consenso scritto dei genitori per qualsiasi attività sull’educazione sessuale e affettiva nelle scuole medie e superiori, da richiedere almeno una settimana prima, con materiali didattici disponibili per visione preventiva.
Attività alternative garantite dalla scuola per chi non partecipa.

Il disegno di legge era stato inizialmente proposto da Rossano Sasso, all’epoca deputato della Lega, ora nel partito Futuro Nazionale di Roberto Vannacci.

Chiamarla legge sull’educazione sessuale è già un’esagerazione

È una legge che regola il silenzio. Che rende obbligatorio il silenzio per i più piccoli. Che lo rende facoltativo, anzi, facilmente evitabile, per gli studenti delle medie e delle superiori.

In Italia, l’educazione sessuale a scuola non è mai stata obbligatoria. Prima di questo ddl, non esisteva un quadro normativo nazionale: ogni istituto si arrangiava, ogni insegnante decideva, ogni classe era un caso a parte.
Una disparità enorme, già prima.

Adesso, quella disparità diventa strutturale.

Dove siamo nel panorama europeo?

Tra i paesi dell’Unione Europea, l’Italia è, insieme a Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia e Romania, uno dei pochi stati senza obbligo di legge per l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità è chiara: i programmi di educazione sessuale scolastica riducono l’incidenza di gravidanze precoci, aborti, infezioni sessualmente trasmissibili.
Riducono gli episodi di violenza, gli abusi, le discriminazioni legate al genere e all’orientamento sessuale.

Non è un’opinione.
È letteratura scientifica consolidata.

La famiglia italiana come soluzione?

Valditara ha dichiarato che la legge tutelerà «i bambini dalla confusione della propaganda gender» e restituirà «voce ai genitori sulle tematiche della identità di genere per i figli adolescenti minorenni».

Benissimo. Ma c’è un problema. Anzi, ce ne sono diversi.

Il primo: un’indagine del ministero della Salute mostra che la famiglia italiana è uno degli ultimi luoghi in cui si parla di sessualità, contraccettivi, infezioni sessualmente trasmissibili.
Non perché i genitori siano cattivi genitori.
Ma perché non hanno gli strumenti.
Perché anche loro non li hanno mai ricevuti.
Il silenzio si eredita.

Il secondo è più scomodo.

La famiglia non è, per definizione, il luogo sicuro che questa legge presuppone.

Secondo la III Indagine nazionale sul maltrattamento di bambini e adolescenti in Italia, condotta da Autorità garante per l’infanzia, Terre des Hommes e CISMAI su dati al 31 dicembre 2023, in Italia 113.892 minorenni seguiti dai servizi sociali sono vittime di maltrattamento.
Un dato aumentato del 58% rispetto al 2018.
E nell’87% dei casi, il maltrattante appartiene alla cerchia familiare ristretta.

Non è un’eccezione. È la norma statistica.

Sul versante specifico degli abusi sessuali, i dati sono altrettanto inequivocabili.
Secondo le stime dell’Internet Watch Foundation, un bambino su cinque in Europa subisce una qualche forma di violenza sessuale nel corso della propria infanzia.
E nell’80% circa dei casi, l’abusatore è un familiare o un conoscente, non uno sconosciuto, non un esterno, non qualcuno arrivato da fuori casa.

Sono dati citati dall’Associazione Culturale Pediatri italiani nel loro congresso del settembre 2024. Da chi cura i bambini.

Eppure questa legge costruisce un sistema in cui è proprio la famiglia — e solo la famiglia — a decidere se un minore può ricevere informazioni sul proprio corpo, sui propri diritti, su cosa costituisce un abuso e come riconoscerlo.

L’educazione sessuale non è solo prevenzione delle gravidanze indesiderate. È anche questo: insegnare a un bambino o una bambina che il proprio corpo gli appartiene. Che esistono confini. Che possono dire no. Che possono chiedere aiuto.

Togliere quella formazione o renderla subordinata al consenso di chi, in un caso su cinque, potrebbe essere il problema, non è tutela. È complicità istituzionalizzata.

Chi paga il prezzo di tutto questo?

Non le famiglie che già parlano. Quelle ci sono, esistono, e probabilmente firmeranno il consenso senza esitare.

Ne paga il prezzo chi cresce in una casa in cui il corpo è tabù. In cui la sessualità è vergogna. In cui non si fanno domande perché le risposte non arrivano mai. In cui le risposte arrivano, ma nel modo sbagliato.

Save the Children ha avvertito che la legge rischia di «rafforzare le disuguaglianze educative». Non è retorica. È previsione precisa.

L’educazione sessuale non è un lusso per famiglie progressiste. È un diritto che appartiene a tutti i ragazzi e le ragazze, a prescindere da dove nascono e da come la pensano i loro genitori.

Un precedente da ricordare

Alla fine del 2023, dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin, il governo aveva introdotto i percorsi di “Educazione alle relazioni” per le scuole superiori.
Facoltativi, extracurricolari, senza risorse dedicate.

Quasi nessuna scuola li ha attivati.

Questo governo ha già dimostrato di saper annunciare senza costruire.
Ora ha fatto un passo ulteriore: ha costruito un muro dove prima c’era solo un vuoto.

La scuola non sostituisce la famiglia. Ma può completarla. Può colmare quello che la famiglia non sa o non riesce a dare.

Toglierle questo spazio non protegge nessuno.

Fonti: Senato della Repubblica — Testo del DDL — OMS, Standard per l’educazione sessuale in Europa — Ministero della Salute (indagine su sessualità e famiglia) — III Indagine nazionale sul maltrattamento di bambini e adolescenti in Italia, Autorità garante / Terre des Hommes / CISMAI, 2023 — ACP, Congresso nazionale pediatri, settembre 2024

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