Il risultato del referendum costituzionale sulla giustizia del 22-23 marzo 2026 ha generato una sequenza di effetti politici immediati all’interno della maggioranza di governo.
Dopo la vittoria del No e un’affluenza intorno al 58-59%, nel giro di pochi giorni si sono registrate dimissioni ai vertici istituzionali e nei partiti della coalizione.
Il voto ha riguardato una riforma centrale per il centrodestra (separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura e creazione di un’Alta Corte disciplinare) e si è trasformato di fatto in un passaggio politico nazionale sul governo guidato da Giorgia Meloni.
Quando quasi sei elettori su dieci votano e il governo perde su una sua riforma identitaria, il risultato viene inevitabilmente letto come giudizio sulla leadership, non solo sul testo.
E questo spiega perché le conseguenze politiche sono state immediate.
Il “terremoto politico” di questi giorni non nasce solo dal fatto che il governo ha perso. Nasce dal fatto che ha perso su un tema (la giustizia) che era un asse storico sia di Fratelli d’Italia sia di Forza Italia.
Quando una maggioranza perde sul proprio terreno simbolico, la sconfitta pesa più del dato numerico: incrina l’idea di invincibilità della leader, apre competizioni interne e rende più fragili i fedelissimi.
In sintesi
Dopo la vittoria del No al referendum sulla giustizia del 2026 si sono dimessi la ministra del turismo Daniela Santanchè, il sottosegretario di Stato alla giustizia Andrea Delmastro, la capo di gabinetto del ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi e il capogruppo di Forza Italia Maurizio Gasparri. Le dimissioni non derivano da nuovi scandali ma dal cambiamento del contesto politico dopo la sconfitta referendaria del governo Meloni.
Chi si è dimesso dopo il referendum sulla giustizia
Le dimissioni più rilevanti sono quattro e riguardano figure centrali della maggioranza o del governo.
Daniela Santanchè, ministra del Turismo, ha lasciato l’incarico dopo un confronto con la presidente del Consiglio. Le dimissioni arrivano dopo mesi di polemiche legate alle vicende giudiziarie del gruppo Visibilia. Nella lettera di dimissioni la ministra ha scritto: “Obbedisco”.
Politicamente il messaggio implicito è chiaro: la ministra lascia l’incarico non perché riconosce errori o responsabilità dirette, ma perché accetta una decisione presa dalla leadership del governo nell’interesse della maggioranza.
Questo dettaglio linguistico è rilevante perché dimostra che si tratta di una scelta politica maturata dopo la sconfitta del governo al referendum sulla giustizia.
Andrea Delmastro, sottosegretario di Stato alla Giustizia e figura molto vicina alla premier, si è dimesso dopo le polemiche legate alla sua partecipazione in una società (Le 5 forchette) collegata alla famiglia Caroccia, vicina al clan Senese, una delle più potenti famiglie camorriste di Roma.
Giusi Bartolozzi, capa di gabinetto del Ministero della Giustizia e collaboratrice diretta del ministro Carlo Nordio, ha lasciato l’incarico dopo le polemiche su alcune dichiarazioni televisive legate al referendum (“La magistratura è un plotone d’esecuzione, con il sì ce la togliamo di mezzo”).
Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia al Senato, si è dimesso dopo una lettera firmata da 14 senatori (su 20) del partito (Forza Italia) che ne chiedevano la sostituzione.
Accanto a queste dimissioni principali si è registrato anche il caso di Elena Chiorino, esponente di Fratelli d’Italia in Piemonte, che ha lasciato la vicepresidenza della Regione pur rimanendo assessora.
Il caso è quello della società “Le 5 forchette”, proprietaria di un ristorante a Roma (Bistecchiera d’Italia) e fondata nel 2024 da Delmastro assieme all’allora 18enne Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato in via definitiva per reati di mafia.
Tra i membri di Fratelli d’Italia in Piemonte con una piccola quota nella società, oltre a Delmastro, c’è anche Chiorino.
I casi Delmastro/Santanchè
Per Santanchè e Delmastro non si parla di fatti esplosi dal nulla dopo il referendum.
Nel caso Santanchè, le vicende giudiziarie erano note da tempo (due anni): un processo per falso in bilancio, un’udienza preliminare per truffa all’Inps e 3 indagini per bancarotta.
Nel caso Delmastro, solo pochi giorni prima del voto Meloni aveva ancora risposto che sarebbe rimasto al suo posto.
Le dimissioni non derivano quindi da una novità, ma dal mutamento del costo politico di tenerli in carica dopo la sconfitta.
In altre parole, finché il governo era politicamente forte, tenerli al loro posto costava poco.
Difenderli non metteva davvero a rischio l’esecutivo.
La situazione è cambiata dopo la sconfitta al referendum. In quel momento il governo entra in una fase di maggiore fragilità e continuare a difenderli diventa politicamente più costoso: significa offrire nuovi argomenti alle opposizioni, alimentare polemiche e dare l’immagine di un governo in difficoltà.
Per questo motivo le dimissioni non arrivano perché è successo qualcosa di nuovo, ma perché è cambiato il contesto politico.
Quindi, il referendum ha funzionato da acceleratore, non da causa unica.
I problemi c’erano già. Però la vittoria del No ha tolto al governo la possibilità di continuare a gestirli come rumore di fondo.
La frase di Meloni: “Da oggi non copro più nessuno”
Nel pieno della crisi politica post referendum la presidente del Consiglio ha dichiarato: “Da oggi non copro più nessuno, chi sbaglia paga”.
Politicamente la dichiarazione segnala un cambio di linea rispetto alla fase precedente, durante la quale il governo aveva difeso i suoi esponenti coinvolti in polemiche giudiziarie o politiche. Non costituisce però una prova che in passato vi sia stata una “copertura” in senso giuridico. È una presa di distanza politica in una fase di forte pressione.
Il risultato referendario ha incrinato l’immagine di invincibilità elettorale della leadership di Giorgia Meloni, che fino a questo momento non aveva registrato sconfitte dirette su scala nazionale.
Sarebbero avvenute le dimissioni se avesse vinto il Sì?
Questa è la domanda centrale dell’analisi politica.
Senza la vittoria del No alcune di queste uscite sarebbero state meno probabili, o almeno meno immediate, perché la sconfitta ha cambiato il contesto e ha fatto saltare coperture politiche che fino a quel momento avevano retto.
Il governo Meloni è in crisi?
Il referendum sulla giustizia di marzo 2026 non ha aperto una crisi di governo formale. L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni è ancora in carica e non è stata avviata una verifica parlamentare.
Tuttavia il voto ha prodotto una fase di instabilità politica nella maggioranza. Nel giro di pochi giorni si sono dimessi una ministra, un sottosegretario, la capo di gabinetto del ministero della Giustizia e il capogruppo di uno dei principali partiti della coalizione (Forza Italia).
Parallelamente si sono aperti nuovi fronti di discussione sul piano europeo, sul tema dell’abuso d’ufficio e sulle politiche economiche adottate prima del referendum.
Il risultato è una situazione tipica delle democrazie parlamentari dopo una sconfitta politica: il governo resta in piedi, ma gli equilibri interni cambiano e la leadership deve ridefinire i rapporti di forza all’interno della propria maggioranza.
Lo scontro con Bruxelles sull’abuso d’ufficio
In particolare, si è aperto un nuovo fronte di scontro con l’Europa.
Il Parlamento europeo ha infatti approvato la direttiva anticorruzione con 581 voti favorevoli, 21 contrari e 42 astensioni.
Tra le fattispecie considerate nella normativa europea compare l’esercizio illecito delle funzioni pubbliche, una formulazione che richiama il concetto di abuso d’ufficio.
Il punto è politicamente rilevante perché nel 2024 il governo Meloni aveva abolito il reato di abuso d’ufficio con la legge n. 114, sostenendo che la norma fosse utilizzata in modo eccessivo e paralizzasse l’azione amministrativa.
La nuova direttiva europea non implica automaticamente il ripristino della vecchia norma italiana, ma riapre il dibattito sul tema e potrebbe costringere l’Italia a introdurre nuove fattispecie di reato simili a quelle eliminate.
Il decreto accise prima del referendum
Un altro tema emerso nel dibattito post voto riguarda il taglio temporaneo delle accise sui carburanti deciso pochi giorni prima del referendum.
Il decreto-legge 18 marzo 2026 n. 33 ha previsto una riduzione delle accise per venti giorni. Il costo della misura è stato coperto con riduzioni di spesa nei ministeri per un totale di circa 527 milioni di euro nel 2026.
Tra i tagli indicati nell’allegato al decreto figurano:
– oltre 86 milioni al Ministero della Salute
– circa 25 milioni al Ministero dell’Istruzione
– oltre 25 milioni al Ministero dell’Università e della Ricerca
– circa 16 milioni al Ministero del Lavoro
La misura è stata criticata dalle opposizioni perché finanziata con riduzioni lineari della spesa pubblica, mentre il governo l’ha difesa come intervento urgente per contenere l’aumento dei carburanti.