Perché “siamo tutti antifascisti” ma la destra continua a vincere. La sinistra è morta?

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Perché la sinistra non è più credibile e come può rinascere in Italia

Per capire la crisi della sinistra italiana bisogna partire da lontano, dalla svolta postmoderna che negli anni Ottanta e Novanta del Novecento ha trasformato le democrazie occidentali.
È il periodo in cui la comunicazione politica cambia profondamente: la presidenzializzazione1, la mediatizzazione2 e la progressiva americanizzazione della politica danno vita a quella che oggi chiamiamo campagna elettorale permanente.

È la fine della “democrazia dei partiti” e l’inizio della “democrazia del pubblico”.
La televisione prima e i social poi sostituiscono i partiti nella costruzione del consenso.
Si diffondono forme di comunicazione politica che rifiutano i vecchi partiti e le loro strutture, accusate di essere troppo burocratiche o corrotte. 
Nascono le narrazioni populiste, che promettono di “ridare voce al popolo” contro le élite, e che si sono servite soprattutto dei media, prima la televisione, poi i social, per costruire consenso.

La politica dei media o videopolitica

Nasce la politica dei media, o videopolitica, che sposta il centro del potere dall’organizzazione collettiva all’immagine individuale.
I cittadini non scelgono più in base alle ideologie, ma a come un leader si presenta e comunica.
Contano l’immagine, il linguaggio semplice e diretto, la capacità del leader di apparire vicino alla gente.
È l’epoca del going public: il leader parla direttamente al pubblico, bypassando giornali e corpi intermedi.

Frame e framing: due concetti fondamentali

Negli anni Ottanta emerge anche un concetto decisivo: il frame. È la cornice mentale e culturale con cui interpretiamo la realtà.
Il framing, cioè il processo di costruzione e diffusione di questi schemi, diventa la nuova arma della politica.

Quando le ideologie tradizionali e le appartenenze politiche si sono indebolite (anni Ottanta e Novanta del Novecento), la comunicazione politica è diventata una battaglia di frame: chi riesce a imporre la propria cornice interpretativa conquista l’opinione pubblica. 

Ronald Reagan lo fece per primo: slogan come “It’s Morning Again in America” o “Affama la bestia” trasformarono politiche di deregolamentazione e tagli al welfare in simboli positivi, patriottici e di buon senso.

In Italia, trent’anni dopo, Giorgia Meloni ha usato la stessa grammatica simbolica.

I frame della destra: semplicità, identità, appartenenza

“Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono cristiana.”
In poche parole, Meloni ha costruito una cornice di valori – Dio, patria, famiglia – immediatamente riconoscibile.
Chi si identifica in quella frase non abbraccia un programma, ma un’identità.

Il linguista George Lakoff, nel saggio Non pensare all’elefante!, spiega che i frame non sono solo strumenti comunicativi, ma strutture mentali che formano il senso comune e plasmano i valori.
Se ci convinciamo che certi valori sono fondamentali, per esempio quelli della destra (Dio, patria, famiglia) il nostro frame diventa quello ed è difficilissimo accettare il frame di un altro o, addirittura, cambiare idea.

La destra vince perché sa costruire e diffondere frame morali – per esempio la metafora della “nazione come famiglia” con un “padre severo” (madre severa, nel caso italiano), simbolo di ordine e disciplina – contrapposti al modello del “padre comprensivo”, tipico del mondo progressista.

La forza del framing conservatore sta proprio nella sua semplicità e potenza simbolica: parole come “libertà”, “tasse” o “merito” evocano emozioni e valori immediati, mentre la sinistra si è spesso limitata a elencare programmi e proposte, perdendo la capacità di raccontare una visione del mondo precisa, reale.

Da qui la trasformazione decisiva: oggi non si vince più sulla credibilità tecnica delle promesse, ma sulla forza emotiva del racconto.

Chi domina la narrazione, domina la politica

Dalla politica di partito alla politica del leader

Con il declino dei grandi partiti di massa, le campagne elettorali sono diventate incentrate sul candidato o leader.

In Italia, il modello arriva negli anni Novanta con Forza Italia: il partito di Silvio Berlusconi, costruito sull’immagine e sulla fedeltà personale.
È la fine della militanza e l’inizio della politica come marketing.

Internet e social network

Con l’avvento di Internet e dei social si è avuta la presa di parola di tutti i soggetti intenzionati a prenderla, producendo così una diffusione di massa indistinta di informazioni, e dando vita, contemporaneamente, a forme di disintermediazione dei media tradizionali e delle strutture informative, ossia di quei soggetti che sarebbero i mediatori «naturali» dell’interesse generale, della cosiddetta opinione pubblica.

Questo passaggio non ha garantito la strutturazione di una “nuova” opinione pubblica ma, al contrario, ha creato problemi relativi alla distinzione tra notizie vere e false, le cosiddette fake news.
Le echo chambers3 e le filter bubbles4 hanno fatto il resto, rinchiudendo gli elettori in mondi ideologici separati.

È in questo scenario frammentato che si muovono oggi Giorgia Meloni ed Elly Schlein.

Destra e sinistra oggi: Giorgia Meloni e Elly Schlein

Elly Schlein ha portato nel PD una novità generazionale e valoriale, centrata su diritti civili, ambiente, inclusione. Ma la traduzione di quei simboli in politiche concrete è apparsa incerta e nebulosa. Molti elettori percepiscono un divario tra i principi e la realtà: i discorsi restano astratti, lontani dai problemi reali di lavoro, salario, welfare5.

La destra, al contrario, ha la forza del potere (perché si misura ogni giorno con la realtà amministrativa del paese) e la narrativa dell’azione: “Noi facciamo, voi protestate.”
È una formula efficace perché semplifica il confronto e ribalta la percezione di competenza.

Come scrive Giovanni Diamanti su Studi Elettorali, la sinistra italiana ha perso linguaggio, immaginario e popolo.
Non rappresenta più i suoi riferimenti storici – operai, insegnanti, sindacati, ceto medio – e parla a un elettorato urbano e colto, non ai cittadini del Paese reale, popolare.
Il Partito Democratico guidato da Elly Schlein, pur dichiarandosi alternativo alla destra meloniana, non è riuscito a costruire un racconto politico credibile. 

Il campo largo: una somma di debolezze

Il “campo largo”, l’alleanza tra PD, M5S, Verdi e Sinistra Italiana, nasce come necessità ma non come visione. È una formula elettorale più che un progetto politico.

I sondaggi Euromedia del 2024 lo confermano: solo il 35% degli italiani crede nel campo largo, il resto è scettico o indeciso. Le differenze programmatiche e la molteplicità di leadership rendono il progetto fragile.

Inoltre, quando ci sono sconfitte locali o regionali, cresce la sensazione che il campo largo non “sia alleato per vincere”, ma piuttosto un’operazione di facciata. La sconfitta nelle Marche ne è il simbolo: il centrodestra ha attratto i moderati, mentre la coalizione progressista si è divisa e demotivata.

La leadership di Schlein è spesso sotto pressione: da correnti interne, dall’alleanza con il M5S, dalla presenza (o potenziale presenza) di altri soggetti come Italia Viva/centro. L’incertezza su chi “guida” genera sfiducia: non basta che ci sia un accordo, serve che emerga una figura o un assetto convincente capace di coordinare e dare visibilità al progetto comune.

Senza un racconto unitario e riconoscibile, il campo largo appare tattico, non ideale.

Non basta allearsi: serve sapere perché.

Meloni e Schlein: due comunicazioni opposte

La differenza fondamentale tra le due leader sta soprattutto nella comunicazione.

Meloni ha costruito una narrazione coerente: centralità istituzionale, difesa della nazione, ordine, famiglia, sicurezza.
Usa un linguaggio semplice e simbolico, che unisce orgoglio e realismo.
Nel discorso al Senato del marzo 2025, parlando dei “tempi difficili” e della “tempesta da attraversare”, ha alternato tono solenne, senso di crisi, ma anche responsabilità, patriottismo, fiducia.
Meloni si racconta come premier/statista ma anche come “una di noi” – la figura della madre, della donna italiana forte che ce la fa anche da sola – con un linguaggio che alterna istituzionale ed emozionale.
Anche l’uso dei social è studiato per avvicinare: formati che parlano alla pancia oltre che alla testa.

Schlein parla di diritti e giustizia sociale, ma con un linguaggio astratto e intellettuale.
Invoca unità del centrosinistra, alleanze (campo largo), attenzione alla dimensione internazionale e umanitaria. 
Però spesso i messaggi restano più settoriali, meno radicati in simboli nazionali forti, meno ripetuti, meno facilmente memorizzabili dal pubblico.

Nel discorso con cui ha lanciato la segreteria PD nel 2023 ha detto:
“Vogliamo un Paese che non lasci indietro nessuno, che investa nella transizione giusta e nella giustizia sociale”
Corretto nei contenuti, ma freddo e privo di immaginario simbolico.

Schlein ha introdotto simboli legati al rinnovamento, alla gioventù, al tema della cura, della solidarietà, della transizione ecologica. 
Ma rispetto a quelli della destra, questi simboli sono meno radicati nella cultura nazionale popolare e meno visibili nei momenti di tensione emotiva (crisi, emergenze). 
Spesso sono presenti in ambienti urbani, universitari, medi, ma meno nei media generalisti o nelle comunità che non sono già progressiste.

Meloni chiudeva i suoi comizi con: “Io sono Giorgia, sono una madre, sono una cristiana, sono italiana”.
È la differenza tra un discorso politico e un racconto identitario.

La sinistra senza narrazione

Oggi la sinistra non sa più raccontare chi difende e perché.
Non costruisce un “noi”.
Negli anni Ottanta parole come “lavoro”, “uguaglianza”, “progresso” evocavano speranza collettiva; oggi sono frammenti di linguaggi specialistici.

Per tornare credibile, la sinistra deve reimparare a parlare la lingua del popolo, senza rinunciare ai suoi valori.
Libertà non solo economica, ma libertà dal precariato.
Sicurezza non come ordine pubblico, ma come diritto alla dignità di tutti.
Patria non come confine, ma come bene comune.

Come può rinascere la sinistra

La rinascita della sinistra, secondo la mia opinione, potrebbe passare da tre passaggi chiave.

Primo: ricostruire un’identità popolare.
Tornare nei luoghi reali — scuole, fabbriche, periferie — e ascoltare: raccogliere bisogni concreti, dalle famiglie sul caro vita agli operai con contratti precari, stabilire una presenza vera, non rituale.
Nel manifesto delle “5 priorità del progetto per l’Italia”, Schlein ha indicato sanità pubblica, istruzione, lavoro, politica industriale per la conversione ecologica, diritti sociali e civili come temi su cui costruire alleanze reali con la società.

Secondo: costruire una narrazione coerente, capace di unire valori e proposte.
Non basta denunciare ingiustizie; bisogna raccontare un futuro credibile mostrando che si sa come realizzare le idee.
Per esempio Schlein propone misure concrete contro il caro vita: salario minimo, bonus sociale sull’energia, uso dell’extragettito per famiglie. Non solo slogan, ma strumenti con numeri, vincoli, conti chiari. 

Terzo: rinnovare leadership e linguaggi.
Serve leadership che non parli solo al mondo politico ma entri nella vita quotidiana degli italiani: figure che camminano nei quartieri, che mostrano empatia, che usano un linguaggio semplice e immagini concrete. La sinistra deve passare dall’ideologia al vissuto, dal tecnicismo alle storie: usare testimonianze personali, dichiarazioni che parlino di “noi”, non solo di concezioni astratte.

Elly Schlein ha ereditato un partito logorato ma ha anche una possibilità storica.
Per rinascere deve scegliere: restare portavoce di una minoranza o diventare la voce di un popolo.
Perché senza popolo, nessuna sinistra è credibile.


  1. Tendenza di un sistema politico a conferire più poteri e maggiore autonomia decisionale al presidente del governo. ↩︎
  2. L’influenza sempre maggiore dei media su tutte le sfere della vita sociale e della cultura. ↩︎
  3. Comunità online omogenee e chiuse nelle quali gli utenti finiscono per essere esposti solo a notizie e opinioni in linea con le loro convinzioni precedenti. Non esiste più la verità dei fatti, perché ciascuno ha selezionato e riceve online solo le notizie e i commenti con i quali concorda a priori. ↩︎
  4. Le bolle filtro (o filter bubble) sono ambienti digitali personalizzati dagli algoritmi che filtrano i contenuti online in base ai comportamenti e alle preferenze di un utente, come cronologia di ricerca e interazioni sui social. Questo fenomeno limita l’esposizione a idee diverse, confermando le credenze esistenti e creando una visione distorta della realtà, isolando l’utente intellettualmente. ↩︎
  5. Qualsiasi iniziativa diretta a garantire la sicurezza e il benessere dei cittadini, specialmente dei lavoratori ↩︎
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