I mostri non esistono, ma il patriarcato sì: anche se rifiuti di riconoscerlo

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Negli ultimi mesi, alcuni casi hanno dimostrato la persistenza della cultura patriarcale e maschilista in Occidente.

La lista Epstein

Epstein è un finanziere americano morto suicida in carcere il 10 agosto 2019 dopo le accuse di pedofilia, abusi sessuali, tratta internazionale di minori.
Tra il 27 e il 28 febbraio 2025 è stata resa nota da parte del Dipartimento di Giustizia statunitense la cosiddetta Lista Epstein , nella quale compaiono molti nomi noti: Mick Jagger e Michael Jackson, gli attori Alec Baldwin e Ralph Fiennes, Ethel Kennedy, madre di Robert F. Kennedy Jr., l’ex governatore di New York Andrew Cuomo, la top model Naomi Campbell e la rocker Courtney Love, l’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Come scrive Il Fatto: “Non si tratta di un “elenco di clienti” di Epstein, sottolinea il New York Post, ma di nomi delle persone presenti nell’ampia lista di contatti dell’ex finanziere, la stragrande maggioranza dei quali – se non tutti – sono stati segnalati negli anni di cause legalie fughe di notizie relative al caso. Oltre all’elenco dei contatti, il Dipartimento di Giustizia ha rilasciato un elenco censurato delle massaggiatrici, i cui nomi sono stati oscurati perché erano vittime.
Una lista che racchiude 254 nomi”.

Gisele Pelicot

Gisèle Pelicot è stata la protagonista di uno dei processi più seguiti, non solo in Francia, dell’autunno 2024: gli imputati sono 51 uomini accusati di averla stuprata mentre era priva di sensi, con la complicità del suo ormai ex marito, Dominique Pelicot.

L’uomo  per dieci anni avrebbe sedato la moglie somministrandole un farmaco ansiolitico, si sarebbe accordato con gli altri uomini consentendo loro di stuprarla e avrebbe  filmato  tutto.

Nonostante la legge francese consenta, nei casi di violenza sessuale, di  chiedere di mantenere l’anonimato e la privacy, Gisèle  Pelicot ha scelto un processo a porte aperte, per dare a tutte le donne vittime di stupro il coraggio di denunciare.  

“La vergogna non dobbiamo provarla noi, sono loro che devono provarla”

La donna ha denunciato la cultura dello stupro e l’urgenza di eradicarla e prosegue: “Esprimo qui soprattutto la mia volontà e la mia determinazione a cambiare questa società”.

Lo stupro digitale

L’inchiesta de L’Espresso sul mercato clandestino dello “stupro digitale” evidenzia quanto sia diffusa la commercializzazione non consensuale del corpo femminile online.
Scrive Eugenia Nicolosi: “In Italia le fotografie di minori, i video di mogli e sorelle ignare, quelli di stupri o rubati dalle spycam sono costante oggetto di conversazioni e baratti su Telegram e siti internet: organizzatissimi far west traboccanti di immagini violente e abusi verbali, dove l’incesto è un gradito divertissement e l’apologia dello stupro una consuetudine”.

E ancora: “Spazi virtuali in cui migliaia di utenti unici al minuto (dai 3.000 ai 3.500) si scambiano fotografie rubate dai social di ignare donne, ragazze e ragazzine descritte come “amica”, “sorella”, “zia” perché vengano “denudate” e “pisellate”, cioè “scop…..”, si spera virtualmente, da altri utenti. E soprattutto usate per il libero insulto e la masturbazione.
«Che le fareste?» è la didascalia del primo piano di una ragazzina con l’apparecchio, il cerchietto e una grossa felpa.
A seguire, il volto inequivocabilmente infantile di un’altra: chi l’ha condivisa ha scritto «papà, vuoi ……?». Uno dei commentatori solletica l’immaginazione del gruppo inventando una trama: «Sono contenta di farti queste cose ogni volta che mamma non c’è».

La cultura patriarcale e maschilista in Occidente

Cosa serve ancora perché i governi del mondo Occidentale inseriscano come prioritaria nelle loro agende la ricerca di una soluzione per la violenza di genere, per la mercificazione del corpo delle donne, per la cultura dello stupro? In una parola, per il patriarcato?

Questi episodi non sono isolati, ma si inseriscono in un contesto più ampio in cui la violenza di genere e l’oggettificazione delle donne rimangono fenomeni strutturali.
Strutturali significa che fanno parte della cultura dell’Occidente, che gli uomini nascono e crescono assimilando questi comportamenti, questi atteggiamenti, questi concetti come “normali”, come “naturali”. 

Nel 2024, sono state oltre 53mila le chiamate al numero antiviolenza e stalking 1522, gestito dal Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio (dati Istat).

La violenza di genere e la violenza assistita in Italia

La tipologia di violenza “principale” subita da circa la metà delle vittime è quella fisica (43,1%), seguita da quella psicologica (35%).

Analizzando il complesso delle violenze riportate, oltre alle forme fisiche e psicologiche, emergono in particolare le minacce (1.868) e gli atti persecutori (867) come tipologie più frequenti.

Significativa è anche la quota di segnalazioni per violenza economica (906).

Oltre la metà delle vittime (52,3%) riferisce di aver subito violenza per anni. Questa esposizione prolungata ha un impatto significativo sui comportamenti delle donne che hanno vissuto la violenza; infatti, dal racconto riportato alle operatrici del 1522, emerge che il 61,7% delle vittime soffre di ansia e si trova in un grave stato di soggezione.

Un altro dato che conferma la continuità della dinamica della violenza segnalata al 1522 riguarda il luogo in cui essa avviene: la percentuale di vittime che indica la casa come scenario della violenza è del 72%.

Questo dato conferma l’elevata percentuale di casi di violenza assistita: oltre la metà delle vittime (58,6%) ha figli, e di queste, il 54% dichiara di avere figli minori.
Inoltre, il 21,3% delle vittime riporta che i propri figli hanno assistito e subito la violenza, mentre nel 32,5% dei casi i figli hanno solo assistito alla violenza.

Il 50% delle vittime segnala il partner attuale (convivente o meno) come autore, il 21% l’ex partner, lo 0,5% un partner occasionale, e l’11% i familiari.

Il 73% delle vittime che si rivolgono al servizio non denuncia la violenza subita alle autorità competenti. I principali motivi di questa mancata denuncia sono ancora la paura e il timore delle reazioni dell’autore, che coinvolgono il 37,5% dei casi. 

NON STIAMO PARLANDO DI MOSTRI, DI MALATI PSICHIATRICI.
I MOSTRI NON ESISTONO.
STIAMO PARLANDO DI UOMINI “NORMALI”, UOMINI CHE DIETRO LA PROMESSA DELL’AMORE E DELLA PROTEZIONE NASCONDONO LE CATENE DEL CONTROLLO AFFETTIVO, SOCIALE ED ECONOMICO, UOMINI A CUI MANCA LA CONSAPEVOLEZZA CULTURALE E SOCIALE PER RICONOSCERE QUESTI GESTI COME MANIFESTAZIONI DI VIOLENZA

La cultura patriarcale in Occidente si attua attraverso l’impunità garantita agli uomini di potere

La cultura patriarcale in Occidente non si manifesta solo attraverso la violenza fisica, ma anche attraverso l’impunità garantita agli uomini di potere e la normalizzazione della mercificazione del corpo femminile.

L’impunità per gli uomini di potere si traduce in una lunga storia di casi di violenza sessuale e abuso che rimangono senza conseguenze significative.

Dal caso dell’influente produttore cinematografico Harvey Weinstein, la cui condotta è stata tollerata per decenni nell’industria di Hollywood, fino ai professori, ai medici, ai politici che continuano a operare nonostante accuse di molestie e abusi, l’Occidente dimostra una pervasiva tendenza a proteggere gli uomini con status elevato, spesso minimizzando le denunce o attaccando le vittime.

Anche i media contribuiscono al patriarcato

I media contribuiscono a questa impunità, giustificano i comportamenti predatori, screditano le vittime e le sottopongono a veri e propri processi mediatici, attuando così la vittimizzazione secondaria.  

“È stato colto da un raptus senza fine” dopo “l’ennesimo litigio”, il “dramma di un padre separato”, “l’ho uccisa per gelosia”, “lui lavorava, lei stava dalla mattina alla sera al telefonino”.

Dalla diffusione giornalistica di fatti di cronaca alle sentenze dei Tribunali si leggono dettagli della vita privata della donna che ne influenzano la credibilità e minimizzano la gravità della violenza compiuta: le routine quotidiane, le scelte di abbigliamento, le consuetudini sessuali, la provenienza culturale, l’aspetto fisico delle interessate (…) continuano ad essere esibiti come elementi che attenuano la responsabilità penale degli imputati.

Stereotipi sessisti, affermazioni colpevolizzanti, interpretazioni di eventi che creano personaggi caricaturali (la ragazza facile, la bestia, il barbaro, la giovane sensibile) e che indicano quanto sia ancora difficile affrontare il fenomeno nella sua complessità a livello sociale e culturale.

La mercificazione del corpo delle donne

La mercificazione del corpo femminile è un pilastro della cultura patriarcale, radicato in settori che vanno dalla pubblicità all’intrattenimento, fino alla pornografia e al mercato della prostituzione.

Le donne vengono costantemente presentate come oggetti di desiderio, e il nostro corpo viene sfruttato persino per vendere prodotti.

L’industria del sesso e della pornografia ha consolidato un modello in cui il corpo femminile è un prodotto di consumo, spesso senza il consenso o il controllo delle donne coinvolte.

Il fenomeno del “revenge porn” e della diffusione non consensuale di immagini intime evidenzia come la società continui a considerare il corpo femminile come qualcosa di accessibile e controllabile.

Il patriarcato non è finito nel 1975

«La visione ideologica vorrebbe risolvere la questione femminile lottando contro il patriarcato.
Ma come fenomeno giuridico è finito con la riforma del diritto di famiglia del 1975, che ha sostituito alla famiglia fondata sulla gerarchia la famiglia fondata sulla eguaglianza»
ha detto il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara il 19 novembre 2024.

Il patriarcato di oggi, che è vivo e vegeto, non è una semplice eredità del passato, ma una struttura in continua evoluzione, che si adatta ai tempi mantenendo inalterati i rapporti di dominio.
Perché di questo si tratta: è così difficile sradicare il patriarcato in Occidente per una  questione di potere, di privilegio, di dominio. 

La cultura patriarcale in Occidente si esprime in molteplici forme, dalle norme sociali che impongono ruoli rigidi a uomini e donne, fino alle strutture economiche che penalizzano sistematicamente il lavoro femminile.

Non a caso il concetto di “mascolinità tossica” rappresenta un altro pilastro del patriarcato: gli uomini vengono socializzati per reprimere le proprie emozioni, per dimostrare forza e dominanza, contribuendo così a una cultura in cui la violenza e il controllo sulle donne sono visti come strumenti legittimi di potere.

Nel mondo del lavoro, le discriminazioni di genere restano una realtà: la maternità è ancora percepita come un ostacolo alla carriera, mentre il gender pay gap continua a penalizzare le lavoratrici.

Anche il mercato e i media giocano un ruolo cruciale nel mantenere vive queste dinamiche.

La rappresentazione della donna come oggetto sessuale è ancora predominante nella pubblicità e nell’intrattenimento, rinforzando stereotipi che perpetuano la disuguaglianza.

Allo stesso tempo, i movimenti femministi che denunciano queste pratiche vengono spesso delegittimati e ridicolizzati, a dimostrazione di quanto il cambiamento sia ancora ostacolato da resistenze culturali profonde.

La persistenza di questi fenomeni dimostra che il cambiamento culturale è ancora lontanissimo.

Il patriarcato non è un concetto astratto né un residuo del passato, ma un sistema che continua a modellare la società, spesso con il tacito consenso di chi si rifiuta di riconoscerlo

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