La maternità nell’Italia del 2025 in un equilibrio sempre più precario

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Il rapporto Le Equilibriste – La maternità in Italia 2025, pubblicato da Save the Children, analizza le difficoltà che le madri italiane affrontano nel conciliare lavoro e famiglia.
Il documento evidenzia come la maternità in Italia sia diventata una sfida complessa, soprattutto per le madri single, che rappresentano una delle categorie più vulnerabili.

In Italia, diventare madre nel 2025 è sinonimo di sacrifici professionali, instabilità economica e diseguaglianze territoriali. Il rapporto fotografa una realtà difficile, a causa di mancanza di sostegni strutturali, servizi inadeguati e una cultura che penalizza il ruolo genitoriale femminile.

Il numero delle nascite è in costante calo: questo fenomeno non è solo un indicatore demografico: è il sintomo di un sistema sociale ed economico che non permette di conciliare genitorialità e lavoro in modo equo.

Crisi demografica: nascite in calo e madri più anziane

Nel 2024, l’Italia ha registrato un nuovo minimo storico di nascite, con soli 370.000 nuovi nati, segnando una diminuzione del 2,6% rispetto all’anno precedente. 
Il tasso di fecondità è sceso a 1,18 figli per donna, al di sotto del precedente minimo storico di 1,19 del 1995. L’età media delle madri al primo parto ha raggiunto i 32,6 anni, ben lontano dal tasso di sostituzione (2,1) e da quello europeo, riflettendo un trend di posticipo della maternità.

Il rinvio della genitorialità è dovuto soprattutto a incertezze lavorative, instabilità abitativa e mancanza di servizi per l’infanzia. 

La “child penalty”: cos’è e perché colpisce soprattutto le donne

Uno dei concetti centrali del rapporto è la “child penalty”, ovvero la penalizzazione economica e professionale che colpisce le donne dopo la nascita di un figlio.
Si traduce in una minore partecipazione al mercato del lavoro, salari più bassi, progressione di carriera rallentata o interrotta, e maggiore rischio di povertà.

I numeri parlano chiaro: mentre il tasso di occupazione degli uomini cresce dopo la paternità (arriva fino al 91,5% tra i padri), quello delle donne crolla dal 68,9% (donne senza figli) al 62,3% tra le madri.

In Italia, la maternità resta un fattore di esclusione dal mondo del lavoro, in assenza di politiche familiari efficaci.

Le madri vedono ridursi drasticamente le loro opportunità occupazionali: a parità di caratteristiche, guadagnano molto meno delle donne senza figli e degli uomini, e hanno meno possibilità di carriera.
Uno studio basato su dati INPS mostra che, 15 anni dopo la nascita del primo figlio, il salario di una madre è cresciuto del 57% in meno rispetto a quello di una donna senza figli.

Le cause sono molteplici: riduzione delle settimane lavorate, passaggio al part-time, mansioni meno qualificate, mancanza di servizi per l’infanzia.

Non si tratta solo di numeri: è una questione concreta che condiziona la vita delle famiglie.

Madri single: le più penalizzate tra le penalizzate

Il rapporto si sofferma sulle madri single, definite “le equilibriste tra le equilibriste”.
Oggi in Italia ci sono oltre un milione di nuclei monogenitoriali con almeno un figlio sotto i 20 anni, di cui 953 mila sono madri.
Questo gruppo affronta ostacoli enormi: più vulnerabilità economica, minore accesso al lavoro, meno tutele.


Il 41,3% delle madri sole è a rischio povertà o esclusione sociale, contro il 27,6% dei padri soli.

Le madri con figli disabili vivono un’ulteriore penalizzazione: il 35% abbandona il lavoro, e chi resta attiva subisce un calo medio di salario del 15%.

Oltre a dover gestire il carico educativo e affettivo dei figli da sole, molte di loro affrontano anche precarietà lavorativa e insicurezza abitativa.
Le statistiche indicano che una mamma sola su tre vive in affitto, e solo il 53% è proprietaria della casa in cui vive.
Il reddito medio annuo di una madre single con figli minori è di circa 26.800 euro, ben al di sotto dei 35.000 euro dei padri nella stessa condizione.

Nella fascia d’età 25-34 anni, meno di una mamma sola su due lavora.
Questo quadro evidenzia una doppia discriminazione: di genere e di status familiare.

Disparità territoriali e l’Indice delle Madri

Il rapporto evidenzia forti disparità territoriali. Al Nord, il tasso di occupazione delle madri con figli minori è del 74,2%, al Sud precipita al 44,3%.

L’Indice delle Madri, elaborato dall’Istat per Save the Children, stila una classifica delle regioni italiane dove per le mamme è più facile vivere.
Al primo posto la Provincia autonoma di Bolzano, seguita dall’Emilia-Romagna e la Toscana.
Qui, ad esempio, l’occupazione femminile è sopra il 70%, e la disponibilità di servizi per l’infanzia è maggiore.

La Basilicata si colloca all’ultimo posto.
In generale, nel Mezzogiorno e al Sud meno della metà delle madri ha un lavoro e gli asili nido sono pochi e spesso costosi.

Il titolo di studio incide fortemente: tra le laureate con figli lavora l’83,8%, contro il 38,1% di chi ha solo la licenza media.

Le libere professioniste e la maternità invisibile

Anche tra le lavoratrici autonome, la maternità è vissuta come un ostacolo: il 63% delle professioniste dichiara di aver subito cambiamenti negativi nel proprio lavoro dopo la nascita di un figlio, contro solo il 32% degli uomini.
La mancanza di tutele reali e la scarsa conoscenza dei diritti esistenti aggravano la condizione delle donne che non hanno un contratto dipendente.

Servizi carenti e welfare inefficace: il nodo della cura

In Italia, la spesa pubblica per le famiglie è tra le più basse in Europa.
I servizi educativi per l’infanzia sono insufficienti e mal distribuiti.
Nel 2022, la spesa per le famiglie era pari all’1,5% del PIL, contro il 3,4% della Germania.

Dove mancano asili nido accessibili e orari flessibili, le madri sono spesso costrette a lasciare il lavoro o a scegliere impieghi part-time non qualificati.

Un esempio pratico: una famiglia con reddito medio in una città del Sud può trovarsi a pagare 400-500 euro al mese per un nido privato, una spesa insostenibile se non ci sono sussidi o alternative pubbliche.

Il sistema “familistico” italiano scarica la cura dei figli sulle donne, limitando il loro tempo per il lavoro retribuito.

Le dimissioni volontarie delle madri nei primi anni di vita dei figli sono altissime: nel 2022, oltre 44.000 donne hanno lasciato il lavoro per motivi legati alla conciliazione famiglia-lavoro.

L’elemento chiave di questa disparità è la persistenza di norme sociali conservatrici, che continuano a identificare la donna come la principale responsabile del benessere familiare e della cura dei suoi membri.

Sebbene queste norme siano presenti in varia misura anche in altri contesti europei e internazionali, il sistema di welfare familistico italiano amplifica il loro impatto.

Questa struttura sociale non solo normalizza la scelta delle madri di non lavorare, ma contribuisce anche a perpetuare e rafforzare le disparità di genere nel mercato del lavoro italiano.

Cambiare direzione si può: verso una maternità sostenibile

Il rapporto di Save The Children non si limita alla denuncia, ma propone una serie di raccomandazioni concrete: investimenti strutturali nei servizi per l’infanzia, rafforzamento del congedo parentale per entrambi i genitori, maggiore flessibilità del lavoro femminile, ma soprattutto un cambio di paradigma culturale.

Essere madre non dovrebbe significare rinunciare alla carriera, all’autonomia economica o alla propria salute mentale.

Serve una rete di sostegno, pubblica e sociale, che accompagni le donne nel loro percorso genitoriale e professionale.

Il rapporto si chiude con una raccomandazione chiara: servono più servizi, più tutele e politiche mirate.
Non bastano i bonus o le misure temporanee: occorre un piano strutturale che riconosca il valore della maternità e distribuisca equamente il carico di cura tra uomini e donne.
Solo così le madri italiane potranno smettere di essere “equilibriste” e diventare protagoniste attive del loro futuro, senza dover scegliere tra lavoro e famiglia.

Qui il rapporto completo

 

 

 

 

 

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