ll lavoro delle donne tra ostacoli e opportunità in Italia
Il rapporto congiunto di CNEL e ISTAT, dal titolo “Il lavoro delle donne tra ostacoli e opportunità”, contiene una panoramica dettagliata sulla situazione lavorativa femminile in Italia ed evidenzia sia i progressi compiuti sia le sfide ancora presenti.
Crescita dell’occupazione femminile
Negli ultimi 15 anni, l’occupazione femminile ha registrato una crescita significativa.
Dal 2008 al 2024, il tasso di occupazione delle donne è aumentato di 6,4 punti percentuali.
Tuttavia, il tasso di occupazione delle donne italiane rimane inferiore alla media europea, indicando la necessità di ulteriori interventi per colmare questo divario.
Inoltre, esistono marcate disparità territoriali: le regioni del Nord presentano tassi di occupazione femminile più elevati rispetto a quelle del Sud, sottolineando una distribuzione ineguale delle opportunità lavorative sul territorio nazionale.
Livello di istruzione e vulnerabilità lavorativa
Un dato positivo è rappresentato dall’alto livello di istruzione delle donne italiane.
Le donne conseguono titoli di studio superiori rispetto agli uomini, e questo contribuisce a ridurre le disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro.
All’aumentare del titolo di studio cresce il tasso di occupazione tra le donne tra 15 e 64 anni e diminuisce progressivamente il gap di genere (nella media europea da 16,1 punti per coloro che possiedono una bassa istruzione a 4,8 punti dei laureati, in Italia da 22,7 a 4,1 punti).
Un elevato livello di istruzione riduce sia i divari territoriali tra le donne sia quelli rispetto agli uomini: il tasso di occupazione delle laureate è circa tre volte quello delle donne con al massimo la licenza media, e la differenza tra Nord e Mezzogiorno, che sul totale è pari a 25,9 punti, quasi si dimezza per le donne con elevato titolo di studio (14,5 punti).
Tuttavia, nonostante l’elevata istruzione, le donne continuano a sperimentare una maggiore vulnerabilità lavorativa, caratterizzata da contratti precari, part-time involontario e salari inferiori.
Questa vulnerabilità è particolarmente accentuata tra le giovani lavoratrici, le residenti nel Mezzogiorno, le donne con un basso livello di istruzione e le straniere.
A incidere maggiormente sulla differenza tra uomini e donne è il fatto di svolgere un lavoro a orario ridotto non per scelta: le lavoratrici che hanno come unico elemento di vulnerabilità il part time involontario sono l’8,6% rispetto al 2,5% degli uomini.
Impatto della maternità sull’occupazione
La maternità rappresenta un ulteriore fattore di disparità. Le madri hanno un tasso di occupazione significativamente più basso rispetto alle donne senza figli, evidenziando le difficoltà nel conciliare lavoro e responsabilità familiari.
Questo fenomeno è più pronunciato nelle regioni meridionali e tra le donne con un livello di istruzione inferiore. Inoltre, quasi un terzo delle donne occupate lavora a tempo parziale, con una percentuale che sale al 41% tra le madri di età compresa tra i 25 e i 34 anni.
Tra gli uomini le differenze sono decisamente meno marcate. Il tasso di occupazione per i single supera il 77%, mentre arriva all’86,3% per i padri in coppia, quasi 30 punti percentuali in più rispetto alle madri in coppia.
Il carico familiare rappresenta per molte donne un motivo di rinuncia all’attività lavorativa, soprattutto quando ci sono bambini in età prescolare: tra i 25 e i 34 anni, meno della metà delle madri risulta occupata, a fronte di oltre il 60% nella fascia tra i 35 e i 54 anni.
Nella fascia di età tra 25 e 54 anni, il tasso di occupazione degli uomini senza figli è del 77,3%, 8,6 punti percentuali in più rispetto alle donne (68,7%). La differenza è di circa 30 punti percentuali quando i genitori hanno figli minori (rispettivamente 91,5 e 61,6%).
Disoccupazione e inattività femminile
Il rapporto sottolinea anche la presenza di quasi un milione di donne disoccupate e di 7,8 milioni di inattive fino a 64 anni.
La maggior parte delle disoccupate è in cerca di lavoro da lungo tempo, mentre circa 600.000 inattive hanno smesso di cercare occupazione perché scoraggiate dalle scarse opportunità.
Tra le madri inattive con figli, molte non cercano lavoro per motivi familiari, evidenziando la necessità di politiche che facilitino la conciliazione tra vita lavorativa e familiare.
Struttura familiare e contributo al reddito
A livello familiare, si osserva una diminuzione delle famiglie monoreddito e un aumento di quelle in cui entrambi i partner lavorano.
Tuttavia, l’Italia si colloca al terzo posto in Europa per incidenza di coppie monoreddito maschili, un modello più diffuso tra le coppie con figli, coppie con componenti stranieri e con basso livello di istruzione.
Il rapporto fa notare che vivere in una coppia in cui entrambi i partner contribuiscono in egual misura al reddito familiare migliora il benessere soggettivo. Tuttavia, le figlie contribuiscono meno al reddito da lavoro familiare rispetto ai figli maschi, indicando una persistente disparità di genere.
Servizi educativi e scelte formative
Riguardo ai servizi educativi per la prima infanzia, la loro diffusione è ancora insufficiente, soprattutto nel Mezzogiorno, limitando le opportunità lavorative delle madri.
In ambito educativo, le ragazze scelgono prevalentemente percorsi liceali, specialmente in materie umanistiche, e, sebbene la presenza femminile sia maggioritaria tra gli immatricolati all’università, solo il 20% si iscrive a corsi STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica).
L’Italia supera la media europea per l’immatricolazione femminile in corsi STEM, ma non in informatica e ingegneria, settori dove la presenza femminile è ancora limitata.
Le disuguaglianze di genere nei tassi di occupazione trovano in parte ragione nella difficoltà di combinare una carriera professionale con un ruolo di responsabilità domestica e familiare.
L’analisi dei divari di genere nei tassi di occupazione per ruolo in famiglia evidenzia una sostanziale parità di genere nei tassi di occupazione dei laureati STEM tra i single, mentre tra quanti vivono in coppia il gap diventa elevato e a sfavore delle donne, accentuandosi ulteriormente in presenza di figli.
Presenza femminile ai vertici e in politica
Il soffitto di cristallo continua ad essere una realtà, sia che si guardi alle posizioni di rappresentanza politica e ai vertici delle istituzioni, sia rispetto alle posizioni apicali del contesto lavorativo pubblico o privato.
Nonostante la crescente presenza di donne competenti nelle diverse professioni, permane un insufficiente riconoscimento nei luoghi decisionali. Le barriere che ostacolano o rallentano la crescita in ambito professionale delle lavoratrici impediscono loro di raggiungere posizioni di vertice, dando luogo a una segregazione di tipo verticale.
Le donne coprono ancora solo una quota minoritaria dei seggi nel parlamento nazionale. In Italia, nel 2023, le parlamentari donna sono il 33,6%, in linea con la media Ue27 del 33,2%, ma lontano dai Paesi nordici, come Islanda, Finlandia e Svezia, che sono in testa alla classifica europea e vicini a una condizione di perfetto equilibrio con valori tra il 46 e il 47%. Siamo distanti anche da altri paesi mediterranei: in Spagna la presenza parlamentare femminile raggiunge il 43,4%.
Su livelli ancora più bassi la presenza femminile nelle funzioni governative: 29,7% a fronte del 35,2% della media Ue27 e di Paesi come Finlandia, Belgio e Paesi Bassi in cui le donne al governo rappresentano la quota maggioritaria, con valori rispettivamente del 72,4%, 55% e del 53,6%.
L’Italia è uno dei pochi Paesi, però, con Presidente del Consiglio donna.
Guardando alla politica locale, la presenza femminile è ancora più contenuta ed è più evidente il ritardo con il resto dell’Europa. Tra i sindaci la rappresentanza femminile si ferma al 15,4%: solo due dei 20 comuni capoluogo hanno sindaci donna.
Nessuna donna invece è a guida di una delle 9 città metropolitane, dove anche tra i consiglieri la presenza femminile scende al 30,6%.
Se tra i magistrati ordinari le donne rappresentano la maggioranza (58,6% a marzo 2024), e tra i magistrati con ruoli semidirettivi la composizione di genere si aggira intorno all’area della perfetta parità (con il 46,4% di donne), le cose cambiano, e di molto, tra i magistrati con ruoli direttivi, dove le donne si fermano al 28,8%.
Stesso discorso nel settore Sanità: le donne rappresentano, nel 2022, oltre la metà dei dirigenti medici che operano nel Servizio Sanitario nazionale (56%), ma la presenza femminile cala al 38% in presenza di un incarico di struttura semplice e si riduce al 21% nel caso di incarico di struttura complessa (ex primari).
Permangono significative sfide per garantire una piena parità di genere nel mercato del lavoro italiano. È fondamentale implementare politiche mirate che affrontino le disparità territoriali, supportino la conciliazione tra vita lavorativa e familiare e promuovano la partecipazione femminile in tutti i settori professionali, inclusi quelli tecnico-scientifici.
Qui il report completo: Il lavoro delle donne tra ostacoli e opportunità, 6 marzo 2025