Dal 2022, con l’arrivo del governo guidato da Giorgia Meloni, le politiche rivolte alle donne sono entrate spesso nel dibattito pubblico.
L’elemento ricorrente riguarda la direzione generale delle misure adottate: interventi su natalità, maternità e sostegno economico alle famiglie con figli, mentre risultano meno incisive le politiche strutturali che puntano all’autonomia economica e sociale delle donne, alla redistribuzione del lavoro di cura tra uomini e donne e allo sviluppo dei servizi pubblici.
Questo orientamento non emerge solo dal confronto politico ma dall’analisi concreta delle politiche pubbliche: dalle norme sulla violenza di genere alle misure sul lavoro femminile, dal congedo parentale agli asili nido fino alla gestione della non autosufficienza degli anziani.
Se si osservano queste politiche nel loro insieme, emerge una linea coerente: il sostegno pubblico è concentrato soprattutto sulla figura della donna come madre e come perno della famiglia.
Comprendere questo orientamento è importante perché in Italia il nodo centrale della disuguaglianza di genere riguarda proprio la distribuzione del lavoro di cura e l’autonomia economica femminile.
Le politiche pubbliche possono rafforzare questo equilibrio oppure cambiarlo.
Violenza di genere: più interventi penali che prevenzione strutturale
Uno dei principali interventi del governo sul tema della violenza contro le donne è la legge n.168 del 2023, che rafforza gli strumenti penali e cautelari contro la violenza domestica e lo stalking.
La norma accelera le procedure e introduce nuove tutele per le vittime, come l’arresto in flagranza differita e un rafforzamento delle misure cautelari.
Nel 2025 il Consiglio dei ministri ha inoltre approvato uno schema di disegno di legge che introduce il reato autonomo di femminicidio, con l’obiettivo di riconoscere giuridicamente la specificità dell’omicidio di una donna motivato da odio di genere o da relazioni di controllo.
Si tratta di interventi rilevanti, ma il loro impianto resta prevalentemente penale e repressivo. Questo significa che la risposta dello Stato interviene soprattutto dopo che la violenza si è manifestata.
Molte analisi accademiche e delle associazioni antiviolenza sottolineano invece che le politiche più efficaci richiedono un sistema integrato che includa:
- prevenzione culturale ed educativa
- finanziamenti stabili ai centri antiviolenza
- formazione obbligatoria per magistrati, forze dell’ordine e operatori sanitari
- strumenti per contrastare la vittimizzazione secondaria.
In assenza di un investimento strutturale su questi aspetti, il rischio è che il sistema resti concentrato sulla repressione del reato senza incidere davvero sulle radici sociali della violenza.
Violenza sessuale e molestie: un quadro normativo ancora incompleto
Anche sulla violenza sessuale la situazione conferma questo schema.
Nel 2026 si è aperto un forte conflitto pubblico sul nuovo ddl promosso dalla maggioranza: associazioni e centri antiviolenza contestano l’impianto della riforma e denunciano un arretramento culturale sul tema del consenso.
Al netto del giudizio politico, il dato oggettivo è questo: il governo ha privilegiato l’annuncio identitario e il terreno penalistico, mentre la parte più delicata – definire bene consenso, prova, tutela della vittima, contrasto alla vittimizzazione secondaria – è ancora controversa e non pacificata neppure tra gli addetti ai lavori.
Fa discutere anche la proposta presentata dalla premier Meloni e dalla Ministra Roccella per abolire la figura delle consigliere territoriali che assistono donne e lavoratori discriminati.
Il disegno di legge proposto da Meloni e Roccella è stato depositato il 19 febbraio 2026 ma è ancora modificabile.
Occupazione femminile: il record rivendicato dal governo
Uno degli argomenti più citati dal governo riguarda l’andamento dell’occupazione femminile.
Secondo i dati ISTAT, negli ultimi anni il numero di donne occupate ha raggiunto il livello più alto mai registrato in Italia. Nel 2025 il tasso di occupazione femminile tra i 15 e i 64 anni ha raggiunto circa il 54,4%, mentre il numero complessivo di donne occupate ha superato i 10 milioni.
L’aumento è visibile anche nei dati precedenti: nel terzo trimestre del 2024 le donne occupate erano circa 315.000 in più rispetto all’anno precedente. Tra il 2024 e il 2026 il numero di lavoratrici è aumentato complessivamente di circa 300.000 unità.
Il governo attribuisce questo risultato a una serie di incentivi introdotti negli ultimi anni, tra cui:
- sgravi contributivi per l’assunzione di donne considerate “svantaggiate” (disoccupate di lungo periodo o occupate in settori a prevalenza maschile)
- incentivi per l’occupazione giovanile e nel Mezzogiorno
- misure di decontribuzione per le lavoratrici madri
- bonus per la conciliazione tra lavoro e famiglia, come il sostegno agli asili nido.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la viceministra Maria Teresa Bellucci hanno più volte indicato questi dati come prova dell’efficacia delle politiche del governo.
Tuttavia il record di occupazione femminile deve essere letto anche nel suo contesto.
Il tasso italiano resta circa 17 punti percentuali inferiore a quello maschile (che supera il 71%) e rimane al di sotto della media europea.
Inoltre, diversi analisti sottolineano che la crescita dell’occupazione deriva anche da tendenze già avviate prima del 2022, come la progressiva riduzione dell’inattività e l’invecchiamento della popolazione lavorativa.
La qualità del lavoro femminile: il nodo del part-time e dei salari
In Italia una quota molto elevata di donne lavora con contratti part-time: circa il 31,5% delle occupate, contro meno del 9% degli uomini.
Una parte significativa di questi rapporti è part-time involontario, cioè accettato in assenza di alternative.
Diversi studi evidenziano che molte nuove assunzioni femminili si concentrano in settori caratterizzati da salari più bassi, come commercio, servizi alla persona e assistenza.
Il divario salariale di genere resta significativo: alcune stime indicano che il reddito medio femminile può essere oltre il 20% inferiore a quello maschile considerando carriera e ore lavorate.
Per questo alcune organizzazioni sindacali e centri di ricerca sostengono che il record di occupazione non coincide con un miglioramento strutturale delle condizioni lavorative delle donne.
Congedo parentale: miglioramenti economici senza riequilibrio tra i genitori
Il governo ha aumentato l’indennità del congedo parentale, portando alcuni mesi fino all’80% della retribuzione. Questo rappresenta un miglioramento rispetto al passato.
Tuttavia la struttura complessiva del sistema non è cambiata.
Il congedo di paternità obbligatorio resta infatti di 10 giorni, cioè il minimo previsto dalla direttiva europea. Nella pratica questo significa che il peso principale della cura nei primi mesi di vita del bambino continua a ricadere sulle madri.
Le statistiche INPS mostrano che il congedo parentale viene utilizzato molto più spesso dalle donne che dagli uomini.
Le politiche che mirano alla parità di genere tendono invece a introdurre congedi obbligatori e ben retribuiti per i padri, perché solo in questo modo si modifica la distribuzione del lavoro di cura all’interno della famiglia.
Senza questo riequilibrio il rischio è che il congedo parentale rafforzi il modello tradizionale in cui la madre resta la principale responsabile della cura.
Asili nido: bonus economici ma carenza di servizi
Un altro punto centrale riguarda i servizi per l’infanzia.
Il governo ha aumentato il bonus asilo nido, portandolo fino a 3.600 euro annui in alcune situazioni. Si tratta di un contributo economico per le famiglie.
Il problema principale però non riguarda solo il costo del servizio, ma la disponibilità dei posti.
Secondo i dati ISTAT pubblicati nel 2026, la copertura dei servizi per la prima infanzia in Italia è circa 31,6% dei bambini sotto i tre anni, ancora sotto il livello minimo del 33% stabilito a livello nazionale e lontano dall’obiettivo europeo del 45%.
Inoltre diverse analisi sul PNRR hanno evidenziato ritardi nella realizzazione di nuovi posti negli asili nido e una riduzione degli obiettivi iniziali del piano.
Numerosi studi economici dimostrano che la disponibilità di servizi per l’infanzia è uno dei fattori più importanti per l’occupazione femminile. Se i servizi restano insufficienti, molte madri sono costrette a ridurre o interrompere la propria attività lavorativa.
Cura degli anziani: un carico che resta sulle donne
Un altro nodo fondamentale riguarda la cura degli anziani non autosufficienti.
Nel 2024 il governo ha approvato il decreto legislativo sulla riforma delle politiche per gli anziani. Il provvedimento introduce strumenti di coordinamento tra assistenza sanitaria e sociale.
Tuttavia molte analisi sul welfare della non autosufficienza sottolineano che la riforma è ancora incompleta e che molte misure operative restano da attuare.
Questo aspetto è particolarmente importante perché in Italia il lavoro di cura familiare ricade in larga parte sulle donne.
Secondo dati dell’ILO e di Eurofound:
- le donne svolgono circa il 70% del lavoro di cura non retribuito nel mondo
- in Italia dedicano al lavoro domestico e di cura oltre il doppio del tempo degli uomini.
Quando i servizi pubblici per l’assistenza agli anziani sono insufficienti o troppo costosi, il sistema di welfare si regge sul lavoro informale delle famiglie. E dentro le famiglie questo lavoro ricade prevalentemente sulle donne.
Il modello di politica pubblica: la donna come madre
Se si osservano insieme queste politiche emerge un orientamento preciso.
Le misure più visibili e finanziate riguardano:
- sostegno economico alle madri
- incentivi alla natalità
- agevolazioni per famiglie con figli.
Meno centrali risultano invece:
- politiche per l’occupazione femminile indipendentemente dalla maternità
- redistribuzione del lavoro di cura tra uomini e donne
- sviluppo massiccio dei servizi pubblici.
Questo approccio riflette una visione in cui la donna è considerata soprattutto come madre e pilastro della famiglia.
La stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha più volte dichiarato che famiglia e natalità sono al centro dell’agenda politica del governo.
Non si tratta quindi solo di una scelta economica ma di una visione culturale del ruolo sociale delle donne.
Le politiche pubbliche non sono mai neutre
Le politiche pubbliche non sono mai neutre: definiscono quali ruoli sociali lo Stato sostiene e quali trasformazioni incoraggia.
Nel caso del governo Meloni le misure adottate indicano chiaramente una priorità: sostenere la maternità e la funzione familiare delle donne.
Questo approccio può aiutare alcune madri nel breve periodo, ma non affronta pienamente il nodo strutturale della disuguaglianza di genere in Italia: l’autonomia economica delle donne e la redistribuzione del lavoro di cura.
Finché questo equilibrio non cambia, il sistema continuerà a poggiare su un presupposto implicito: che siano le donne, più degli uomini e più dello Stato, a sostenere il peso della cura.
Il tema della natalità è uno dei pilastri dichiarati dell’azione del governo.
Nonostante le politiche introdotte, tuttavia, il declino demografico italiano continua.
Secondo i dati più recenti il tasso di fecondità è sceso a circa 1,18 figli per donna, uno dei livelli più bassi mai registrati.
Gli esperti di demografia sottolineano che le politiche più efficaci per sostenere la natalità sono generalmente le stesse che favoriscono l’autonomia economica delle donne: lavoro stabile, servizi per l’infanzia, condivisione del lavoro di cura e sicurezza economica.
Le politiche del governo Meloni per le donne (in breve)
Il governo Meloni ha davvero aumentato l’occupazione femminile in Italia?
Sì. Secondo i dati ISTAT, negli ultimi anni il numero di donne occupate ha raggiunto un massimo storico, con oltre 10 milioni di lavoratrici e un tasso di occupazione femminile che ha superato il 54% nel 2025.
Quali politiche del governo Meloni hanno contribuito all’aumento dell’occupazione femminile?
Il governo attribuisce la crescita a una serie di incentivi economici: sgravi contributivi per l’assunzione di donne disoccupate o svantaggiate, incentivi per l’occupazione giovanile e nel Mezzogiorno, bonus per le lavoratrici madri e misure di sostegno alla conciliazione tra lavoro e famiglia.
Il record di occupazione femminile significa anche lavoro di qualità?
Non necessariamente. Molte analisi segnalano che il lavoro femminile resta più spesso part-time rispetto a quello maschile e che persistono differenze salariali e di carriera.
Qual è oggi il divario tra occupazione femminile e maschile in Italia?
Nonostante la crescita dell’occupazione femminile, il tasso di occupazione delle donne resta circa 17 punti percentuali inferiore rispetto a quello degli uomini e rimane sotto la media europea.
Quali misure ha introdotto il governo Meloni per maternità e natalità?
Le politiche principali includono bonus economici alle famiglie con figli, agevolazioni fiscali, incentivi per le madri lavoratrici e contributi per servizi come asili nido.
Il governo Meloni ha modificato il congedo parentale?
Sono state aumentate alcune percentuali di retribuzione durante il congedo parentale, ma la struttura del sistema non è cambiata: il congedo di maternità resta molto più lungo rispetto a quello di paternità.
Quanto dura il congedo di maternità e paternità in Italia?
Il congedo di maternità dura cinque mesi retribuiti all’80%, mentre il congedo di paternità obbligatorio è di dieci giorni retribuiti al 100%.
Chi utilizza di più il congedo parentale in Italia?
Secondo i dati INPS la maggioranza dei beneficiari del congedo parentale sono donne, che rappresentano circa il 70% degli utilizzatori.
Cosa ha fatto il governo per asili nido e servizi per l’infanzia?
Sono stati rafforzati alcuni contributi economici come il bonus asilo nido, ma la disponibilità dei servizi resta limitata e inferiore agli obiettivi europei.
Quali provvedimenti sono stati approvati contro la violenza di genere?
Tra le misure principali figurano il rafforzamento del Codice Rosso, l’introduzione del reato autonomo di femminicidio e il potenziamento di strumenti di sostegno economico alle vittime, come il Reddito di Libertà.
Le politiche del governo Meloni affrontano il problema del lavoro di cura?
Molti studi sottolineano che il lavoro domestico e di assistenza familiare continua a ricadere soprattutto sulle donne e che le politiche pubbliche intervengono solo in parte su questo squilibrio.
Perché alcuni studiosi parlano di politiche “familiste”?
Perché molte misure sono rivolte alla famiglia e alla maternità, mentre risultano meno diffuse politiche strutturali su occupazione femminile, servizi pubblici e redistribuzione del lavoro di cura.
Le politiche sulla natalità stanno funzionando?
Nonostante le misure introdotte, il tasso di natalità italiano continua a diminuire e resta tra i più bassi d’Europa, secondo i dati demografici più recenti.
Fonti:
ISTAT – Occupazione femminile e mercato del lavoro
INPS – Congedo parentale e misure per la maternità
OECD – Gender equality and unpaid care work
ILO – Care work and gender equality
Pagella Politica – Analisi dati occupazione femminile
Secondo Welfare – Politiche familiari e natalità
Il Post – Congedi parentali e distribuzione tra uomini e donne
Il Sole 24 Ore – Dati INPS su congedi parentali
Euronews – Riforma femminicidio
Fondazione Feltrinelli – Studi su lavoro e disuguaglianze di genere