L’8 e il 9 giugno 2025 gli italiani saranno chiamati a votare per i Referendum, cioè per decidere se modificare, cancellare o lasciare così come sono alcune leggi che riguardano soprattutto il lavoro e la cittadinanza.
Si tratta di cinque referendum abrogativi, cioè votazioni popolari in cui ogni cittadino può dire se vuole tenere una legge oppure modificarla o cancellarla.
Se vince il SÌ, quella parte di legge viene modificata o eliminata.
Se vince il NO, invece, tutto resta com’è.
In pratica, con questo voto possiamo scegliere se cambiare alcune regole che toccano la vita di tante persone: chi lavora, chi è stato licenziato ingiustamente, chi ha un contratto precario e anche chi vive in Italia ma non ha ancora la cittadinanza.
QUESITO 1: Licenziamento ingiustificato e diritto al reintegro
In questo quesito si parla del diritto dei lavoratori licenziati ingiustamente a tornare al proprio posto di lavoro.
Oggi, a causa del Jobs Act, se vieni licenziato senza una giusta causa, il giudice non può obbligare il datore di lavoro a riassumerti.
Al massimo, puoi ricevere dei soldi come risarcimento, ma non torni al lavoro.
Se voti SÌ, chiedi di abrogare questa norma.
Vuol dire che il giudice potrà di nuovo ordinare il reintegro nel posto di lavoro per chi è stato licenziato senza motivo valido.
È una forma di tutela più forte per i lavoratori.
Se voti NO, lasci tutto com’è adesso.
Il reintegro resta un’eccezione e, anche in caso di licenziamento ingiusto, il massimo che si può ottenere è un’indennità economica.

Il Jobs Act
ll Jobs Act, introdotto dal governo Renzi tra il 2014 e il 2016, ha rappresentato una riforma del mercato del lavoro italiano, con l’obiettivo dichiarato di aumentare l’occupazione attraverso una maggiore flessibilità.
Le misure principali includevano l’introduzione del contratto a tutele crescenti, che ha modificato le regole sui licenziamenti, sostituendo il reintegro con un indennizzo economico, e incentivi fiscali per le nuove assunzioni a tempo indeterminato.
Secondo studi citati da Pagella Politica, il Jobs Act ha portato a un aumento dei contratti a tempo determinato del 60%, ma anche a un incremento dei licenziamenti rispetto alle aziende non interessate dalla riforma.
Se da un lato il Jobs Act ha introdotto cambiamenti significativi nel mercato del lavoro italiano, gli studi suggeriscono che i suoi effetti sull’occupazione sono stati complessi e non univocamente positivi.
QUESITO 2 : Tetto ai risarcimenti nelle piccole imprese
Questo quesito riguarda le aziende con meno di 15 dipendenti.
In questi casi, se vieni licenziato senza una giusta causa, oggi la legge dice che c’è un limite massimo a quanto il datore deve pagarti (6 mensilità di risarcimento, anche qualora il giudice consideri infondato il licenziamento).
Anche se il licenziamento è stato chiaramente ingiusto, il giudice non può darti più della cifra relativa a 6 mensilità.
Se voti SÌ, chiedi di eliminare questo tetto.
Il giudice potrà decidere l’importo del risarcimento in base a ogni singolo caso, anche per le piccole imprese.
È una misura che vuole garantire maggiore giustizia per il lavoratore.
Se voti NO, lasci tutto com’è.
Il limite all’indennizzo resta, e il risarcimento resta bloccato entro i limiti fissati dalla legge.

QUESITO 3: Contratti a termine e causali
Oggi un’azienda può assumerti a tempo determinato, cioè con un contratto che scade, senza dirti perché ti sta assumendo a termine. Lo può fare per un massimo di 12 mesi, e poi può prorogare il contratto fino a 24 mesi, ma con alcune regole.
Se voti SÌ, chiedi che venga tolta la possibilità di fare contratti a termine senza una giustificazione, anche per i primi 12 mesi. Questo vuol dire che il datore di lavoro dovrà sempre spiegare perché non ti assume a tempo indeterminato. È un tentativo di limitare il precariato e dare più stabilità ai lavoratori.
Se voti NO, lasci la legge com’è. Le aziende continueranno a poter fare contratti a termine senza causale per il primo anno.

QUESITO 4: Sicurezza sul lavoro e responsabilità negli appalti
Quando un’azienda affida un lavoro in appalto a un’altra, oggi ha una responsabilità limitata se succede un incidente sul lavoro a un dipendente dell’appaltatore.
Cioè, se un operaio muore o si fa male la responsabilità può essere scaricata tutta su chi materialmente eseguiva il lavoro.
Se voti SÌ, chiedi che anche l’azienda committente (cioè quella che ha affidato l’appalto) sia pienamente responsabile, insieme all’appaltatore.
Questo serve per aumentare la sicurezza, perché chi affida un lavoro sarà incentivato a scegliere solo imprese affidabili e rispettose delle regole.
Se voti NO, lasci la situazione com’è.
La responsabilità in caso di infortunio resta limitata, e non si estende in pieno a chi ha commissionato l’opera.

QUESITO 5: Cittadinanza italiana dopo 5 anni di residenza
Oggi uno straniero che vive legalmente in Italia deve aspettare 10 anni prima di poter fare domanda per diventare cittadino italiano.
Questo vale per chi non viene da Paesi dell’Unione Europea.
Se voti SÌ, chiedi di ridurre questo tempo da 10 a 5 anni. In pratica, uno straniero che vive in Italia da 5 anni potrà chiedere la cittadinanza, accelerando l’integrazione di chi lavora e vive stabilmente qui.
Se voti NO, non cambi niente. La legge resta com’è oggi, e bisogna continuare ad aspettare 10 anni di residenza per fare domanda.
Oggi, se una persona straniera che non è cittadina europea vive in Italia, deve aspettare 10 anni prima di poter chiedere la cittadinanza italiana.
Questo vale anche se lavora, paga le tasse, ha una famiglia qui, parla italiano, e contribuisce alla vita del nostro Paese.
Il referendum propone di cambiare questa regola, riducendo da 10 a 5 anni il tempo necessario per fare domanda (ripeto, per fare domanda, non si diventa automaticamente italiani dopo 5 anni).
Quindi, se vince il SÌ, chi vive legalmente in Italia da almeno 5 anni potrà chiedere di diventare cittadino italiano.
Facciamo un esempio.
Immagina una persona che è arrivata in Italia nel 2020, ha un permesso di soggiorno, lavora, i suoi figli vanno a scuola qui e tutta la sua vita è in Italia.
Oggi, questa persona dovrebbe aspettare fino al 2030 per chiedere la cittadinanza.
Se vince il SÌ al referendum, invece, dal 2025 potrebbe già fare domanda, cioè dopo 5 anni di vita regolare in Italia.
Questo quesito è importante perché riguarda l’integrazione di chi già fa parte della nostra società. Tanti lavorano nelle fabbriche, negli ospedali, nei servizi, nelle case, e i loro figli crescono parlando italiano, tifando per le squadre italiane, studiando nelle nostre scuole. La cittadinanza, in questo senso, non è solo un pezzo di carta, ma il riconoscimento di un legame concreto con il Paese.
Se voti SÌ, stai dicendo: “Se una persona vive stabilmente in Italia da almeno 5 anni, ha il diritto di chiedere di diventare cittadina italiana”.
Se voti NO, lasci tutto com’è: bisognerà continuare ad aspettare 10 anni, anche per chi è ben integrato nella società.

Quanti tipi di referendum ci sono in Italia?
Referendum abrogativo
Il referendum abrogativo è uno strumento attraverso cui i cittadini possono decidere di cancellare, totalmente o parzialmente, una legge esistente.
Per proporlo è necessario l’appoggio di almeno 500.000 elettori oppure di cinque Consigli regionali.
Perché il referendum sia valido, è richiesto il cosiddetto “quorum”: deve recarsi a votare almeno il 50% degli aventi diritto.
Se questo numero non viene raggiunto, la consultazione non ha effetti e la legge in questione resta in vigore, indipendentemente dall’esito delle urne.
Se invece il quorum viene raggiunto, la legge è abrogata se la maggioranza dei voti validi è favorevole all’abrogazione.
Non tutte le leggi possono essere oggetto di referendum abrogativo. Sono escluse, infatti, le leggi tributarie e di bilancio, quelle che riguardano amnistia e indulto e le leggi di autorizzazione alla ratifica di trattati internazionali.
Altri limiti sono stati introdotti dalla Corte Costituzionale, che ha stabilito che non è possibile indire un referendum su norme costituzionali o su leggi che modificano la Costituzione, né su quelle che hanno forza di legge peculiare, come le norme che attuano trattati internazionali.
Inoltre, il referendum non può riguardare leggi a contenuto costituzionalmente vincolato, se non possono essere interamente abrogate.
Anche la forma del quesito è fondamentale: deve essere chiara, omogenea, semplice e priva di ambiguità.
La Corte può bocciare un quesito se giudica che non consenta una scelta netta e comprensibile da parte dell’elettore.
La legge che disciplina i referendum prevede inoltre che le richieste possano essere presentate solo tra il 1° gennaio e il 30 settembre di ciascun anno, e che non possano essere depositate nell’anno precedente alla scadenza di una delle due Camere né nei sei mesi successivi alla convocazione delle elezioni.
Ogni referendum è sottoposto a due controlli di legittimità: il primo da parte dell’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione, che verifica la regolarità della raccolta firme; il secondo da parte della Corte Costituzionale, che valuta se la richiesta rientri nei limiti fissati dall’articolo 75 della Costituzione.
Se, nel frattempo, la legge oggetto del referendum viene abrogata in Parlamento prima della consultazione popolare, il referendum non si tiene.
Referendum costituzionale (confermativo)
Quando si approva una legge costituzionale o una revisione della Costituzione, è possibile sottoporla a referendum confermativo.
In questo caso, il referendum può essere richiesto entro tre mesi dalla pubblicazione della legge da un quinto dei membri di una Camera, da 500.000 cittadini oppure da cinque Consigli regionali.
A differenza del referendum abrogativo, qui non è previsto un quorum: la legge si considera confermata se i voti favorevoli superano quelli contrari, anche se a votare va una piccola parte dell’elettorato.
Esiste però un’eccezione: se la legge costituzionale è stata approvata in seconda lettura da entrambe le Camere con una maggioranza di almeno due terzi dei membri, non è possibile richiedere il referendum.
Referendum consultivo
Infine, esiste anche il referendum consultivo, che non ha valore vincolante.
Serve per conoscere l’opinione dei cittadini su una determinata questione, ma i decisori politici non sono obbligati a seguire l’esito della consultazione.
In ambito nazionale è stato utilizzato una sola volta, nel 1989, per raccogliere il parere degli italiani sul rafforzamento politico delle istituzioni europee.
A livello locale, invece, è uno strumento usato più frequentemente, soprattutto da comuni e province. Tuttavia, la possibilità di attuarlo dipende dai singoli Statuti e regolamenti delle amministrazioni locali, che stabiliscono regole più o meno rigide per l’indizione di queste consultazioni.