Nei manuali di storia dell’arte le donne quasi non compaiono. Non perché mancassero: Properzia de’ Rossi, Plautilla Nelli e Sofonisba Anguissola lavoravano, firmavano, vincevano commissioni. A escluderle sono stati divieti precisi e una storiografia che le ha rimosse
Architettura, scultura, pittura. Apri un manuale di storia dell’arte, scolastico o universitario, e scorri i secoli: Medioevo, Gotico, Rinascimento. Architette, scultrici, pittrici non ci sono. Non esistevano?
Esistevano. Il problema non è l’assenza di donne artiste, ma una narrazione storica che le ha escluse, sminuite o nascoste dietro i nomi dei colleghi uomini. Per capire come è successo bisogna tornare indietro di mille anni.
Chi erano le artiste del Medioevo
Nel Medioevo e nel periodo Gotico l’arte era concepita in modo molto diverso da oggi. L’artista non era il “genio” individuale, ma un artigiano al servizio di Dio o della corte. Gran parte della produzione era anonima e collettiva.
In questo contesto le donne lavoravano, e molto. Operavano negli scriptoria dei monasteri come copiste e miniatrici. Eccellevano nelle arti tessili (tessitura, ricamo, cucito) considerate fondamentali all’epoca e declassate ad “arti minori” nei secoli successivi.
Una figura straordinaria è Ende, monaca spagnola del X secolo. Firmò le miniature del Beatus di Girona definendosi “pittrice e aiutante di Dio” (depintrix et Dei adiutrix): una testimonianza rara del proprio lavoro, firmata in prima persona.
Due secoli più tardi, in Alsazia, la badessa Herrad di Landsberg ideò e illustrò l’Hortus Deliciarum, un’imponente enciclopedia pensata per la formazione delle monache.
Perché nel Rinascimento le donne non potevano diventare artiste
Con il Rinascimento la situazione si complica. Nasce il mito dell’artista geniale e, nello stesso momento, si irrigidiscono le regole sociali.
L’uomo, inteso letteralmente come essere umano maschio, si pone al centro del mondo. È qui che si afferma l’antropocentrismo occidentale: l’uomo al centro, convinto di poter avere il mondo al proprio servizio.
Mentre l’uomo diventa il centro del mondo, alle donne è di fatto precluso l’accesso alle corporazioni delle arti e dei mestieri, passaggio obbligato per aprire una bottega o ricevere commissioni pubbliche.
C’è di peggio. Alle donne è proibito studiare l’anatomia e disegnare modelli nudi. Questo le taglia fuori dai grandi affreschi storici e religiosi, il genere che consacrava i maestri dell’epoca.
Nonostante questi ostacoli strutturali, alcune riuscirono a imporsi. Quasi sempre erano figlie di pittori o donne della nobiltà, che potevano studiare in casa.
Properzia de’ Rossi, la scultrice che Vasari non poté ignorare
Properzia de’ Rossi è stata una figura di rottura nella Bologna del primo Cinquecento. Scelse la scultura, un’arte considerata inadatta al corpo femminile, e lavorò il marmo, materiale ritenuto troppo duro per una donna.
Si fece conoscere intagliando scene religiose su noccioli di pesca, con una precisione minuziosa. Poi arrivò alle commissioni pubbliche: vinse un concorso per decorare la facciata della Basilica di San Petronio, dove scolpì diverse formelle in marmo. Tra queste il rilievo di Giuseppe e la moglie di Putifarre, un’opera di grande dinamismo e tensione muscolare.

Il suo talento era tale che Giorgio Vasari, biografo del Rinascimento e considerato il padre della storiografia artistica, le dedicò una biografia nella prima edizione de Le Vite (1550): l’unica donna.
Ma anche l’elogio ha un rovescio. Vasari ricondusse il suo talento a presunte pene d’amore, sminuendone di fatto l’indipendenza e l’autonomia professionale.
Plautilla Nelli, la monaca che dipinse un’Ultima Cena di sette metri
Negli stessi anni, a Firenze, la domenicana Plautilla Nelli trasformò il convento di Santa Caterina da Siena in una vera bottega pittorica tutta al femminile: uno spazio di espressione artistica precluso alle donne laiche.
Autodidatta, imparò a dipingere copiando le opere di Fra Bartolomeo. Sviluppò uno stile molto richiesto dalla nobiltà fiorentina, al punto da finanziare con i suoi quadri il convento stesso.
La sua impresa più ambiziosa è l’Ultima Cena, una tela di quasi sette metri. È la più antica Ultima Cena oggi conosciuta dipinta da una donna: un tema teologico e compositivo tradizionalmente riservato agli uomini, affrontato con una padronanza anatomica sorprendente per una religiosa a cui era vietato lo studio dal vero.

Sofonisba Anguissola, da Cremona alla corte di Filippo II
Sofonisba Anguissola nacque a Cremona in una famiglia aristocratica e illuminata, che ne incoraggiò l’istruzione. Non potendo studiare l’anatomia sui modelli nudi, si concentrò sui ritratti dei familiari e sugli autoritratti. Lì introdusse qualcosa di nuovo: spontaneità, interazione tra i soggetti, una profondità psicologica inedita.
Il suo talento attirò l’attenzione di Michelangelo Buonarroti, con cui ebbe uno scambio che la aiutò a formarsi. Più tardi fu chiamata alla corte spagnola di Filippo II come dama di compagnia e insegnante di pittura della regina Isabella di Valois, diventando di fatto ritrattista di corte. Per le generazioni successive di artiste è diventata un modello di emancipazione.
Perché le artiste sono sparite dai manuali (e come riportarle nella storia)
L’assenza di queste donne dai manuali non dipende da una mancanza di talento o di opere. È il risultato di una rimozione storiografica sistematica.
Il meccanismo è chiaro. Un sistema sociale ha impedito alle donne l’accesso all’istruzione accademica, alle corporazioni e allo studio anatomico. La critica dei secoli successivi ha fatto il resto: ha ignorato i loro successi o ha attribuito le loro opere migliori ai colleghi uomini.
La strada per rimediare esiste, e in parte è già stata percorsa. Restauri e ricerche d’archivio stanno restituendo opere e firme: l’Ultima Cena di Plautilla Nelli; Sofonisba Anguissola, protagonista nel 2019 al Museo del Prado della mostra con Lavinia Fontana.
Il passo successivo riguarda i programmi scolastici e i percorsi museali: smettere di presentare le artiste come “anomalie” e raccontarle per ciò che erano, professioniste capaci di incidere sul mercato culturale del loro tempo.
Solo così la memoria collettiva sarà completa.