Parliamo di Adolescence, la miniserie Netflix che sta spopolando e che tutti gli adulti dovrebbero guardare
Prima del digitale, tra i giovani e gli adulti, tra i figli e i genitori, c’era un abisso di incomprensione che, con i forum, le chat e i social, si è centuplicato.
Se fino a oggi abbiamo potuto fare finta di niente, dopo aver visto Adolescence non abbiamo più scuse: lo dobbiamo guardare in faccia questo abisso di incomprensione, di impotenza, di inadeguatezza tra noi e la generazione dei nostri figli.
Adolescence non è solo una storia tra le tante di ragazzi che si radicalizzano online (cioè che sviluppano idee estreme, vere e proprie ideologie su Internet, attraverso la partecipazione a gruppi su social come Telegram o a forum online come Reddit).
La serie racconta i silenzi, le risposte mancate, le incomprensioni, l’incapacità di vedere il malessere, le difficoltà di comunicazione tra figli e genitori, studenti e insegnanti, i giovani e la società.

Jamie Miller con il padre
Al centro di tutto c’è il modo in cui i ragazzi oggi vivono la loro mascolinità, cioè il loro modo di essere uomini, tra modelli che cambiano e difficoltà nel capire ed esprimere le proprie emozioni.
Gli adulti della serie sembrano parlare una lingua sconosciuta, convinti di conoscere i propri figli, mentre i ragazzi vivono in un mondo fatto di meme, codici segreti e teorie che trasformano le loro insicurezze, le loro fragilità in ideologie.
In questo contesto, le emozioni maschili come frustrazione, desiderio, insicurezza e rabbia non trovano spazio per essere espresse in modo sano e finiscono per essere accolte in un ambiente pericoloso: la “manosphere”, un insieme di gruppi online dove gli uomini parlano di relazioni e di problemi sociali in modi spesso tossici.
Qui tutto viene spiegato con schemi matematici e teorie che danno l’illusione di avere il controllo su un mondo che sembra ostile.
Il protagonista della serie, Jamie Miller, è un tredicenne accusato del femminicidio della compagna di scuola Katie.

Jamie e Katie
Non è tanto l’evento tragico in sé a colpire, ma il contesto quotidiano che lo circonda: un ragazzo normale, una famiglia normale, e una teoria che continua a tornare nei suoi discorsi online e in quelli dei suoi compagni di scuola, dei suoi amici, quella dell’80/20.
Questo concetto, preso dall’economia, viene usato in modo distorto per spiegare le relazioni tra uomini e donne: secondo questa teoria, che si chiama Legge di Pareto, l’80% delle donne sceglierebbe solo il 20% degli uomini “alpha”.
Una parentesi: nell’opinione pubblica il maschio alpha (che non esiste, non è mai esistito) è sicuro di sé sempre, intelligente fino alla spietatezza, disinvolto e disinibito, forte fisicamente, arrogante, presuntuoso e aggressivo, dominante e in competizione con gli altri.
L’idea della legge 80/20 diventa una giustificazione per la frustrazione di tanti ragazzi che si sentono esclusi , brutti, in una parola “sfigati” e, invece di affrontare le proprie insicurezze e fragilità, finiscono per odiare le donne, gli uomini che hanno relazioni stabili e sane, e la società intera.
La serie mostra in modo preciso come un semplice concetto numerico possa diventare una verità assoluta per chi cerca spiegazioni facili ai propri problemi.
Jamie non ha inventato questa teoria, ma l’ha assorbita un pezzo alla volta, navigando su internet.
La sua mente ha trasformato la Legge di Pareto (una legge economica sull’ineguale distribuzione della ricchezza) in una regola per le relazioni.
E questo gli ha dato una risposta rassicurante per il dolore del rifiuto e per la paura di non essere accettato.

Jamie e la psicologa
Uno dei momenti più forti della serie è lo scambio di Jamie con la psicologa. Durante il colloquio, non sembra un tredicenne, ma la voce di tutti gli uomini che commentano in modo anonimo su forum e social network.
Quando chiede alla dottoressa: “Ma io ti piaccio?”, capiamo che dietro tutta la sua rabbia e il suo risentimento c’è un bisogno disperato di essere accettato.
La psicologa risponde in modo professionale, ma lui percepisce la sua risposta come un altro rifiuto, una conferma della sua teoria dell’80/20. Non riesce a capire la differenza tra una relazione terapeutica e una personale, perché nel suo mondo online i concetti di intimità e potere sono confusi.
Le parole di Jamie non sono sue: sono pezzi di frasi interiorizzate lette su Reddit e 4chan (forum molto seguiti dove spesso si trovano idee radicali), citazioni di teorie incel (un movimento di uomini che si definiscono “celibi involontari” e colpevolizzano le donne e gli uomini con relazioni stabili per il loro stato).
La psicologa non sta parlando con il Jamie autentico, ma con un ragazzo che ha interiorizzato l’identità di chi non ha mai affrontato le proprie fragilità, i propri sentimenti e le proprie emozioni. L’identità di chi ha introiettato la violenza come soluzione, la rabbia cieca come unica possibilità di esistere.
Quando Jamie parla di Katie, si riferisce a lei come “debole” e ripete che “tutti la chiamavano sgualdrina”: parla come ha imparato a fare online, categorizza secondo le etichette che ha imparato a memoria. La violenza verbale è solo il primo atto della tragedia. Poi agisce come ha imparato a fare.
Adolescence non dà risposte facili e non cerca di spiegare il male.
Ci mostra solo un processo: come un ragazzo normale, con insicurezze normali, possa diventare qualcuno che odia e vuole fare del male. E come, una volta iniziato questo percorso, tutto ciò che gli succede nella vita serva solo a rafforzare la sua convinzione di essere una vittima del sistema.
Alla fine della serie, la madre di Jamie, disperata, dice: “Lo abbiamo creato noi”. Ma la verità è che la trasformazione di suo figlio è avvenuta altrove: nel mondo digitale, dove tanti ragazzi e ragazze trovano risposte ai loro problemi, ma nel modo sbagliato.

La famiglia di Jamie
La drammaticità della serie è l’impotenza degli adulti – genitori, insegnanti, la giustizia: non ci sono mostri, non ci sono deviati, solo istituzioni che non esistono più per come le conoscevamo: la famiglia, la scuola, il sistema della giustizia che non sanno cosa fare di fronte a una mutazione antropologica che avviene in tempo reale, sotto i nostri occhi, oltre la nostra comprensione.
Non sono una critica cinematografica, ma la scelta di girare la serie in una unica lunga ripresa per episodio è potente: tutto viene raccontato senza interruzioni, senza cambi di scena, senza respiro.
Questo imita il modo in cui i processi mentali e gli algoritmi funzionano: una volta avviati, continuano senza pause, portando sempre più in profondità chi ne viene coinvolto.
Il messaggio finale è chiaro: se lasciamo che internet sia l’unico luogo in cui gli adolescenti cercano risposte ai loro problemi, non possiamo sorprenderci se finiscono per trovare odio, risentimento, violenza.
La violenza non nasce dal nulla, ma è il risultato di fragilità, di vulnerabilità non ascoltate e di modelli tossici assorbiti nel tempo.

Eddie Miller, il papà di Jamie
Adolescence ci obbliga a chiederci: cosa succede se facciamo finta di niente? cosa succede se la nostra paura di affrontare le emozioni difficili, le situazioni difficili, le difficoltà di comunicare che non capiamo (e non cerchiamo di capire) ci porta a nasconderle sotto il tappeto, fino a quando è troppo tardi?
E ancora: Adolescence ci apre gli occhi sul fatto che la realtà online non è virtuale, è reale. La vita online è realtà, è vita reale.
Proprio per questo, tutto ciò che è online, comprese le ideologie di odio, di intolleranza che si diffondono, sono reali e producono conseguenze nel mondo reale.
Producono risposte che, per quanto disfunzionali, sono risposte a vuoti reali, a crisi di identità vere, a bisogni emotivi che non si sanno decodificare da soli a quell’età (e mi viene da dire a nessuna età).
Jamie non è un mostro, non è deviato, non ha nessuna patologia psichiatrica: è il prodotto dell’incontro tra vulnerabilità e ideologia tossica, tra isolamento emotivo e comunità digitali che trasformano il disorientamento in dottrina.

Manda ed Eddie Miller, la mamma e il papà di Jamie
La serie ci mostra anche un altro aspetto cruciale: sono gli uomini stessi a prendersi la responsabilità di condurre la riflessione sulla violenza maschile.
I creatori Thorne e Graham e l’intero reparto creativo hanno scelto di esplorare le radici di questa dinamica sociale: troppo spesso, la responsabilità di affrontare la violenza e le sue conseguenze è ricaduta sulle donne, trasformando paradossalmente le vittime in educatrici forzate.
Per questo motivo, narrazioni come Adolescence sono fondamentali: la società offre ai giovani strumenti inadeguati per gestire emozioni complesse e poi si sorprende quando cercano sollievo in ciò che trovano.
La serie ribalta questa prospettiva, rivelando come la radicalizzazione non sia un mistero, ma un percorso definito da piccole scelte, rinunce e semplificazioni allettanti.
Finché continueremo a considerare ogni atto di violenza maschile come un evento isolato e incomprensibile, e finché delegheremo l’educazione emotiva dei ragazzi ad algoritmi e forum anonimi, continueremo a perpetuare l’illusione che la violenza sia inspiegabile.
In realtà, la violenza ha una storia che possiamo comprendere, tracciare e, di conseguenza, interrompere.