Vivo in Lombardia da 25 anni ma arrivo dalla Sicilia. I miei genitori sono di Limina, un minuscolo paesino collinare in provincia di Messina, a pochi chilometri da Santa Teresa di Riva, dove ho trascorso la mia adolescenza, dove ci sono il mare che amo e i miei posti del cuore.
Sono andata via a 19 anni, ma torno spessissimo a casa, perché le radici possono graffiare, ma tengono stretti.
A gennaio 2026, la Sicilia orientale, la mia parte di Sicilia, è stata devastata dal ciclone Harry, con mareggiate che hanno inghiottito tratti di costa a Catania, Acireale e Riposto; a Giardini Naxos, Letojanni, Santa Teresa di Riva, Furci Siculo, Roccalumera, Nizza di Sicilia e fino a Messina.

Contemporaneamente, a Niscemi (in provincia di Caltanissetta), una frana lunga 4 chilometri ha fatto aprire uno strapiombo nel terreno di circa 50 metri, facendo crollare edifici e parte del Belvedere.
Finora sono state evacuate oltre 1.500 persone.
In questi giorni ho sentito di tutto su questi eventi, ma a colpirmi dritta al cuore sono stati i commenti delle persone comuni.
Per capire, per non farmi assalire dalla rabbia, mi sono messa a fare ricerche sugli ultimi 30 anni di politica in Sicilia e il quadro che ne esce è perverso.
Perché per capire davvero perché la mia isola sta letteralmente crollando, bisogna avere il coraggio di guardare soprattutto a quel patto silenzioso, figlio del bisogno e della necessità e non della complicità, che lega elettori ed eletti siciliani.
Un ingranaggio perverso che ha trasformato i diritti in favori e la sicurezza del territorio in merce di scambio, intrappolando i siciliani in un presente di macerie da cui è sempre più difficile risollevarsi.
La frana di Niscemi
Quanto accaduto a Niscemi, è forse l’emblema più doloroso di questa tragedia: una voragine di quattro chilometri che ha fatto sprofondare parte della città, in un’area classificata a rischio idrogeologico molto elevato (R4), dove vige un divieto di costruzione assoluto dal 2007.
L’attuale presidente della Regione, Renato Schifani di Forza Italia, ha stimato danni per oltre un miliardo e mezzo di euro, ma un’analisi approfondita degli ultimi trent’anni rivela che queste catastrofi non sono frutto del caso, bensì il risultato sedimentato di scelte politiche precise, trasversali a ogni schieramento.

La politica degli ultimi 30 anni in Sicilia
Riavvolgendo il nastro fino alla metà degli anni Novanta, emerge chiaramente come la prevenzione sia stata la grande assente nell’agenda politica siciliana.
Dal 1996, anno in cui Giuseppe Provenzano di Forza Italia sedeva alla presidenza, la gestione del territorio è stata subordinata alle emergenze politiche e giudiziarie invece che a quelle idrogeologiche.
Con l’avvento del lungo governatorato di Salvatore Cuffaro (è stato storicamente legato alla Democrazia Cristiana, passando poi per CDU e UDC. Dopo una condanna definitiva, nel 2020 ha fondato la Nuova Democrazia Cristiana (o DC Sicilia), di cui è stato segretario nazionale fino alle dimissioni nel novembre 2025) durato dal 2001 al 2008, la Sicilia ha visto consolidarsi un sistema di potere che, pur dovendo fronteggiare i vincoli europei, ha spesso ignorato la pianificazione strutturale.
Mentre le giunte si concentravano sulla gestione del consenso, le colline franavano silenziosamente e i letti dei fiumi venivano cementificati, ponendo le basi per i disastri futuri.
La speranza di un cambiamento di rotta con Raffaele Lombardo, leader dell’Mpa (Movimento per l’autonomia), eletto nel 2008 con una coalizione di centrodestra, si è scontrata con la realtà di una macchina amministrativa inceppata.
Nonostante le retoriche autonomiste, durante il suo mandato e quello successivo di Rosario Crocetta (Partito Democratico e Il Megafono, lista elettorale a sostegno di Crocetta, candidato Presidente di Pd ed Unione di centro), la Regione ha continuato a perdere occasioni cruciali.
L’alluvione di Messina e la frana di Giampilieri del 2009
E proprio durante il mandato di Lombardo, abbiamo assistito all’apocalisse di fango a Giampilieri.
Quella che si è consumata la sera del 1° ottobre 2009 nella zona sud di Messina non fu una semplice alluvione, ma un collasso del territorio.
In poche ore, oltre 200 millimetri di pioggia si sono rovesciati su Giampilieri Superiore, Scaletta Zanclea, Molino, Altolia e Briga.
Le colline, sature d’acqua e prive di adeguata regimazione idraulica, hanno ceduto. Una colata di detriti e fango ha travolto tutto ciò che ha incontrato, seppellendo case e strade. Il bilancio finale è stato di 37 vittime. L’aspetto più inquietante di questa tragedia risiede nella prevedibilità del rischio.

Come riportato dagli atti del processo e dalle inchieste successive, l’area era già stata classificata ad alto rischio idrogeologico (R4), esattamente come Niscemi. Esistevano precedenti specifici: un’alluvione nel 2007 aveva già dato un avvertimento chiaro, ma il Piano per l’Assetto Idrogeologico (PAI) è rimasto in gran parte inascoltato.
La vicenda giudiziaria si è conclusa in modo controverso per le famiglie delle vittime. Inizialmente, nel 2013, il Tribunale di Messina ha condannato l’ex sindaco di Messina Giuseppe Buzzanca e il sindaco di Scaletta Zanclea Mario Briguglio per omicidio colposo plurimo, individuando negligenze nella mancata attivazione delle procedure di emergenza.
Tuttavia, la sentenza definitiva della Corte di Cassazione del marzo 2019 ha confermato l’assoluzione per i politici e i funzionari della Protezione Civile, stabilendo che l’evento avesse caratteristiche di “eccezionalità e imprevedibilità” tali da non poter essere gestito con i mezzi ordinari a disposizione dei sindaci. Di fatto, la giustizia ha stabilito che nessuno fosse penalmente responsabile per quei 37 morti, lasciando l’amaro in bocca ai sopravvissuti e nessuna condanna per la mancata prevenzione strutturale.
I fondi europei e le scelte politiche tra condoni e blocchi
Andiamo avanti. È emblematico il caso dei fondi europei: solo nel 2022 è emerso che ben 380 milioni di euro del vecchio Programma operativo regionale 2000-2006 (Por) sono stati tagliati a causa di irregolarità sistemiche nei controlli.
Invece di investire in opere di messa in sicurezza, la politica ha inseguito sanatorie impossibili.
Diversi tentativi di condono edilizio, promossi da maggioranze di diverso colore per “salvare” le abitazioni abusive costruite in zone a rischio, sono stati regolarmente bocciati dalla Corte Costituzionale, lasciando però sul territorio le case e il pericolo intatti.
L’avvicendarsi dei governi non ha mutato la sostanza nemmeno nel decennio più recente.
Per esempio, Nello Musumeci, oggi Ministro per la protezione civile e per le politiche del mare nel governo Meloni, esponente della destra (FdI) ha governato dal 2017 al 2022 in un periodo segnato da alluvioni disastrose, come quella del 2018.
Palermo, la tragedia di Casteldaccia del 2018
Siamo nella provincia di Palermo, a Casteldaccia. Nella notte tra il 3 e il 4 novembre 2018, il fiume Milicia, ingrossato dalle piogge, è esondato travolgendo una villetta in contrada Cavallaro. All’interno, dodici persone della stessa famiglia sono morte annegate, intrappolate dall’acqua e dal fango che hanno raggiunto il soffitto in pochi istanti. Tra loro c’erano due bambini di uno e tre anni e un ragazzo di 15 anni. L’unico sopravvissuto è riuscito a salvarsi aggrappandosi a un albero.

A differenza di Giampilieri, qui le responsabilità sono state individuate con maggiore nettezza e riguardano direttamente la gestione amministrativa del territorio.
La villetta sorgeva a meno di 150 metri dall’argine del fiume, in una zona di inedificabilità assoluta. Come emerso dalle indagini della Procura di Termini Imerese, su quell’immobile pendeva un ordine di demolizione emesso dal Comune addirittura nel 2008 (dieci anni prima della strage), ma mai eseguito.
I proprietari avevano fatto ricorso al TAR, ma non avevano ottenuto alcuna sospensiva; ciononostante, il Comune non aveva proceduto all’abbattimento né all’acquisizione dell’immobile al patrimonio pubblico, lasciando che la famiglia continuasse a utilizzarlo.
Nel luglio 2023, il Tribunale di Termini Imerese ha emesso condanne di primo grado per omicidio colposo plurimo nei confronti dell’ex sindaco di Casteldaccia, Giovanni Di Giacinto, del responsabile dell’Ufficio Tecnico comunale e della proprietaria della casa.
La sentenza ha sancito che quella morte non fu fatalità, ma la conseguenza diretta dell’inerzia amministrativa: se la legge fosse stata applicata e la casa demolita, quelle persone non si sarebbero trovate lì quella notte.
La burocrazia, l’Anac e la spesa dei fondi
Torniamo al governatorato di Nello Musumeci (2017-2022). Nonostante la sua giunta abbia tentato di promulgare nuove leggi contro il dissesto, i risultati pratici sono stati scarsi: un terzo dei suoi assessori è finito sotto indagine per questioni legate a nomine e infrastrutture, e i Piani di gestione del rischio alluvioni, obbligatori per l’Unione Europea entro il 2015, sono rimasti per anni incompleti o inapplicati.
La burocrazia regionale, sotto la sua guida e quella dei predecessori, ha continuato a produrre carte senza che seguissero cantieri, come denunciato dall’Autorità Nazionale Anticorruzione (Anac) nel 2024, che ha inserito la Sicilia tra le regioni con i peggiori ritardi nella manutenzione ordinaria.
La risposta dell’attuale governo regionale siciliano
Arriviamo così all’amministrazione attuale di Renato Schifani (Forza Italia).
Di fronte al disastro del ciclone Harry e della frana di Niscemi, la risposta è stata la richiesta di stato di calamità e lo stanziamento di fondi emergenziali da Roma (53 milioni per interventi urgenti e 45 milioni per la ricostruzione) ma la logica resta quella del “teatro dell’emergenza”.
Si stanziano risorse per riparare i danni, ma si continua a ignorare il monitoraggio preventivo.
Le critiche sulle nomine, come quella di Simona Vicari per la gestione delle emergenze, evidenziano una continuità con il passato: la politica siciliana sembra preferire la gestione post-traumatica, che garantisce visibilità e spesa immediata in deroga alle regole ordinarie, invece che la prevenzione.
Tuttavia, limitare l’analisi alle sole colpe dei governanti sarebbe parziale. Occorre andare più a fondo e osservare il meccanismo sociale che alimenta questa inerzia.
Il meccanismo sociale del consenso elettorale in Sicilia
In Sicilia, come in molte aree d’Italia, vige ancora una dinamica elettorale distorta, dove il voto non è un’espressione di opinione politica ma merce di scambio.
Il cittadino che ha costruito abusivamente la casa in una zona R4, come quelle crollate a Niscemi, spesso offre il proprio voto al politico locale (che sia di destra, di centro o di sinistra) in cambio della promessa implicita di “chiudere un occhio”, di bloccare un ordine di demolizione o di tentare l’ennesimo condono.
Questo patto osceno tra eletto ed elettore crea un corto circuito: il politico non agisce contro l’abusivismo per non perdere consenso, e il cittadino continua a vivere nel pericolo garantito dalla protezione politica.
Finché questo legame clientelare non verrà spezzato, sostituendo il favore personale con il diritto alla sicurezza collettiva, nessun finanziamento europeo o legge regionale potrà impedire che alla prossima pioggia la Sicilia conti nuove macerie.
Per capire di cosa stiamo parlando, dobbiamo guardare due documenti fondamentali che inchiodano la classe dirigente isolana alle sue responsabilità.
Esiste una prova inoppugnabile della volontà politica di barattare la sicurezza con il consenso: la Sentenza n. 252 del 2022 della Corte costituzionale. Mentre i geologi lanciavano allarmi sulle zone R4 (come quella di Niscemi), l’Assemblea Regionale Siciliana approvava la Legge Regionale n. 19 del 2021.
Cosa diceva questa legge? In pratica, tentava di “interpretare” le norme nazionali per permettere il condono edilizio anche in aree sottoposte a vincoli “relativi” (e non solo assoluti), ampliando a dismisura le maglie della sanatoria del 2003.
La Consulta ha bocciato questa legge definendola incostituzionale perché viola la competenza esclusiva dello Stato in materia di tutela dell’ambiente e del paesaggio.
I giudici hanno scritto nero su bianco che la Regione Sicilia ha cercato di forzare la mano per sanare l’insanabile. Questo documento dimostra che la priorità del legislatore siciliano non era abbattere le case a rischio crollo, ma trovare un cavillo giuridico per lasciarle lì, garantendosi la gratitudine (e il voto) dei proprietari abusivi.
Non è solo questione di leggi sbagliate, ma di soldi bloccati: l’inerzia amministrativa
L’Autorità Nazionale Anticorruzione (Anac) nella sua relazione annuale 2024, ha messo sotto la lente i ritardi della Sicilia.
Non mancano i fondi (ci sono milioni di euro nell’azione 2.4.1 del PR FESR 2021-2027 contrasto al dissesto idrogeologico), ma manca la capacità di spenderli.
L’ANAC ha denunciato una “grave e persistente inerzia amministrativa”.
Il meccanismo è perverso: i progetti per mettere in sicurezza i costoni franosi restano fermi nei cassetti così a lungo che le Valutazioni di Impatto Ambientale (VIA) scadono. Risultato? Bisogna ricominciare l’iter da capo.
È un circolo vizioso in cui la responsabilità si diluisce tra commissari, uffici tecnici e genio civile, rendendo impossibile individuare un unico colpevole.
Ma perché un politico dovrebbe rischiare il carcere o il disastro ambientale per non abbattere una casa abusiva o per assumere un incompetente?
Qui entriamo nel dettaglio del patto tra elettore ed eletto, il vero motore immobile della politica siciliana.
Il Caso “Pandora” del 2024
Un esempio concreto e recentissimo, basato su inchieste giudiziarie (operazione “Pandora”), è quello che ha coinvolto i vertici della politica catanese e regionale, toccando figure come Luca Sammartino (Lega, precedentemente PD e Italia Viva), all’epoca vicepresidente della Regione e campione assoluto di preferenze (oltre 20mila voti personali).
Le carte dell’inchiesta svelano il meccanismo: voti in cambio di posti di lavoro, trasferimenti e favori vari, talvolta con l’ombra di accordi con esponenti della criminalità organizzata locale (come emerso per il sindaco di Tremestieri Etneo, Santi Rando, arrestato nella stessa inchiesta).
Il dettaglio inquietante è la trasversalità: Sammartino è passato dalla sinistra al centro alla destra, portando con sé il suo pacchetto di voti.
Questo dimostra che all’elettore non interessa il partito politico, l’ideale, interessa che sia “l’amico che risolve il problema”.
Il futuro è nelle nostre mani: trasformare il bisogno in diritto
Cambiare il destino della Sicilia è possibile, ma serve un patto onesto e nuovo tra cittadini e istituzioni. La soluzione non sta nell’aspettare nuovi fondi miliardari (i soldi, come abbiamo visto, ci sono ma spesso tornano indietro), bensì nella capacità di spenderli bene e subito.
La priorità assoluta deve diventare la cura quotidiana del territorio: pulire i fiumi ogni anno, rafforzare le colline instabili e avere il coraggio di dire “no” a chi costruisce dove non si deve, anche se questo fa perdere voti nell’immediato.
Il cambiamento più profondo deve avvenire dentro la cabina elettorale
Per salvare la nostra terra dobbiamo smettere di cercare il politico che ci risolve il piccolo problema personale in cambio del voto, e iniziare a sostenere chi ha un piano per garantire la sicurezza di tutti.
Dobbiamo smettere di sentirci “clienti” in cerca di un favore e tornare a essere cittadini che pretendono diritti: solo quando il voto sarà libero dal bisogno, la politica sarà costretta a smettere di cercare scuse e inizierà finalmente a portare risultati.
FONTI
Un riassunto degli ultimi 30 anni a Niscemi
https://www.lasicilia.it/news/cronaca/3015617/trentanni-di-omissioni-ecco-tutte-le-responsabilita-del-disastro-annunciato-a-niscemi.html
Fondi Europei e PR FESR 2021-2027 – Azione 2.4.1
Il Programma Regionale FESR Sicilia 2021-2027 include l’Azione 2.4.1 “Interventi per il contrasto al dissesto idrogeologico e all’erosione costiera”.
Questa linea di finanziamento è pensata per sostenere progettazioni e opere strutturali di mitigazione del rischio territoriale e idrogeologico (ripristino dinamiche idromorfologiche, manutenzione di reticoli idraulici, consolidamento versanti, ecc.).
Documenti ufficiali di riferimento:
PR FESR Sicilia 2021/2027 – Azione 2.4.1 contro il dissesto idrogeologico – Regione Sicilia (portale istituzionale)(decreti e convenzioni aggiornate al 2025)
PR FESR 2021‑2027 – Dettagli Azione 2.4.1 e tipologie di intervento (pdf) (spiegazione tecnica dell’obiettivo specifico)
PR FESR 2021‑2027 – Esempio di ammissione a rendicontazione progetto Comune di Agrigento (Azione 2.4.1)
Questi documenti mostrano che i fondi ci sono e sono destinati alla mitigazione del dissesto (anche idrogeologico), ma per tradursi in cantieri occorre il completamento di progettazioni, iter burocratici e VIA (Valutazioni di Impatto Ambientale), spesso lente.
Relazione annuale ANAC
ANAC Relazione Annuale 2024 su anticorruzione e trasparenza (sitowww.anticorruzione.it)
Sentenza della Corte costituzionale n. 252 del 2022
Consulta boccia legge condono Sicilia n. 19/2021 – La Repubblica Palermo
Sentenza Corte Cost. 19/12/2022 su condono edilizio Sicilia – LavoriPubblici.it