Violenza economica: come riconoscerla, i rischi per la salute mentale e come uscirne

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Quando si parla di violenza domestica, l’immaginario collettivo corre quasi immediatamente ai segni fisici, ai lividi, o alle aggressioni verbali esplicite.
Eppure, esiste una forma di abuso molto più sottile, spesso difficile da identificare, che non lascia tracce sulla pelle ma scava voragini nella dignità e nell’autonomia delle persone: la violenza economica. 

Un recente studio condotto dall’Università di Torino, intitolato “Money is not the only thing economic violence is made of” e pubblicato sulla Rassegna Italiana di Criminologia, ha analizzato in profondità questo fenomeno, definendolo come una forma di Intimate Partner Violence, IPV (violenza del partner intimo) distinta e autonoma, capace di incidere sul benessere psicosociale delle vittime.

Le dimensioni dell’abuso: controllo, sabotaggio e sfruttamento

La violenza economica non è una questione di gestione rigorosa del budget familiare. 
Dalla revisione della letteratura scientifica emerge che si tratta di un pattern comportamentale specifico volto a stabilire un controllo coercitivo sulla vittima.

Gli studiosi hanno identificato diverse modalità attraverso cui questo abuso si manifesta, che non agiscono quasi mai isolatamente. 
La forma più comune è il controllo economico, che si concretizza nel monitoraggio ossessivo delle spese, nella restrizione dell’accesso ai conti bancari e nell’esclusione della donna dalle decisioni finanziarie, riducendola a una condizione di dipendenza infantile in cui deve chiedere il permesso anche per acquistare beni di prima necessità.

A questo si affianca spesso il sabotaggio lavorativo, una strategia mirata a impedire alla partner di acquisire o mantenere un’indipendenza economica. 
Questo avviene attraverso azioni di disturbo che ostacolano la ricerca di un impiego, vietano la partecipazione a corsi di formazione o interferiscono attivamente con l’attività lavorativa, rendendo impossibile per la vittima costruirsi una via d’uscita dalla relazione. 

Infine, vi è lo sfruttamento economico, che si manifesta con l’appropriazione indebita delle risorse della partner, l’uso esclusivo del denaro guadagnato dalla vittima per i bisogni del maltrattante o, in forme più recenti e insidiose, attraverso l’indebitamento coercitivo (coerced debt), dove la vittima viene costretta a contrarre debiti o firmare garanzie contro la propria volontà.

L’impatto psicologico della violenza economica

Ciò che rende la violenza economica particolarmente devastante è il suo impatto profondo sulla salute mentale. 
Lo studio evidenzia come questa forma di violenza sia associata in modo significativo a sintomi depressivi, ansiosi e post-traumatici (PTSD), spesso con una gravità superiore rispetto ad altre forme di abuso.

Secondo la teoria della conservazione delle risorse (Hobfoll)citata nella ricerca, il benessere psicologico di un individuo dipende dalla capacità di acquisire e mantenere risorse (economiche, emotive, sociali). 
Quando un partner abusante attacca sistematicamente queste risorse, la vittima entra in una spirale di perdita che destabilizza il suo equilibrio mentale, aumentando la vulnerabilità e il rischio di sviluppare psicopatologie.

È stato osservato che la violenza economica incrementa fino a due volte la probabilità di sviluppare un disturbo depressivo e si associa frequentemente a idee sul suicidio. 

La mancanza di denaro non è solo un problema pratico, ma diventa una gabbia psicologica: la vittima si convince di non poter sopravvivere al di fuori della relazione, interiorizzando una condizione di dipendenza che il maltrattante ha costruito ad arte. 

Inoltre, a differenza della violenza fisica che richiede prossimità, la violenza economica ha una “componente spaziale” unica: può essere perpetrata anche a distanza e continuare ben oltre la fine della relazione, mantenendo la vittima legata al suo abusante attraverso debiti o battaglie legali estenuanti.

Riconoscere l’invisibile per poter reagire

Il primo ostacolo per uscire da questa spirale è la difficoltà di riconoscimento. La natura stessa della violenza economica alterna comportamenti espliciti (overt) a dinamiche più mascherate (covert), spesso normalizzate all’interno della coppia come forme di “gestione tradizionale” o “cura”.

Molte donne non si rendono conto di essere vittime fino a quando non tentano di separarsi e scoprono di non avere accesso a nessuna risorsa. 
La consapevolezza è dunque il primo passo fondamentale: capire che dover giustificare ogni scontrino, non conoscere l’entità del patrimonio familiare o essere ostacolate nel lavoro non sono dinamiche relazionali accettabili, ma vere e proprie violazioni dei diritti umani.

Il contesto italiano e la strada verso l’empowerment

In Italia, la situazione richiede un’attenzione urgente. Lo studio sottolinea come nel nostro Paese manchino ancora dati sistematici e una definizione giuridica autonoma e puntuale di violenza economica nel codice penale, rendendo spesso difficile la sua persecuzione se non ricondotta al reato di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.).
Tuttavia, la strada tracciata dalle indicazioni internazionali ci mostra delle soluzioni concrete.

L’uscita dalla violenza passa inevitabilmente attraverso l’empowerment economico. Non si tratta solo di trovare un lavoro, ma di un processo di riappropriazione della propria capacità decisionale e finanziaria. 
Le evidenze scientifiche mostrano che l’aumento dell’alfabetizzazione finanziaria (financial literacy) e dell’autoefficacia economica migliora direttamente la qualità della vita delle sopravvissute e riduce i sintomi depressivi.

Oggi in Italia si sta lavorando per creare reti di supporto che vadano oltre la prima accoglienza.
Centri antiviolenza e associazioni stanno integrando nei loro percorsi programmi di educazione finanziaria e supporto all’inserimento lavorativo, riconoscendo che restituire autonomia economica a una donna significa restituirle la libertà.

È fondamentale che le istituzioni e la società civile continuino a spingere per una maggiore consapevolezza, affinché la violenza economica esca dall’ombra delle mura domestiche e venga riconosciuta, prevenuta e combattuta come una priorità sociale.

Un ruolo di primo piano è svolto dalla Banca d’Italia che, attraverso il portale di educazione finanziaria, promuove percorsi specifici come “Le donne contano“, un’iniziativa pensata per colmare il divario di genere nelle competenze economiche e fornire alle donne gli strumenti base per gestire in autonomia il proprio denaro e pianificare il futuro.

A questo sforzo istituzionale si affianca l’importante lavoro della Global Thinking Foundation, che con il progetto “Donne al Quadrato” ha creato un sistema virtuoso di mentoring: professioniste del settore economico e finanziario mettono gratuitamente a disposizione le proprie competenze per formare altre donne, favorendo così una rete di solidarietà e consapevolezza.

Parallelamente, l’ABI (Associazione Bancaria Italiana) ha sviluppato guide pratiche dedicate specificamente alla prevenzione della violenza economica, strumenti pensati per aiutare le donne a riconoscere i segnali di abuso e a comprendere i propri diritti bancari, dimostrando come il sistema bancario stia iniziando a farsi carico della propria responsabilità sociale in questo ambito (fonte: abi.it).

Queste iniziative, unite ai protocolli siglati da diverse banche con i centri antiviolenza per favorire l’inclusione lavorativa delle sopravvissute, rappresentano i primi passi concreti verso un cambiamento culturale necessario.

I dati della violenza economica in Italia

Per comprendere la portata reale della violenza economica, è necessario guardare oltre la superficie, dove i dati spesso divergono a seconda della “lente” utilizzata per misurarli.
Secondo le rilevazioni ISTAT più recenti, circa il 6,6% delle donne ha subito violenza economica da un partner attuale o passato.
Tuttavia, questa cifra, che potrebbe sembrare contenuta, esplode se si allarga lo sguardo all’esperienza di vita e a forme di controllo più sfumate: un’indagine di WeWorld rivela che ben il 49% delle donne italiane ha subito almeno un episodio di violenza economica nel corso della propria vita, una percentuale che sale drammaticamente al 67% tra le donne separate o divorziate.
Un dato culturale allarmante emerge inoltre da una ricerca di ActionAid, secondo cui un uomo su tre in Italia tende a giustificare comportamenti di violenza economica, considerandoli accettabili all’interno delle dinamiche di coppia.

Il confronto con l’Europa

Il confronto con il resto d’Europa ci restituisce un quadro complesso, spesso definito il “paradosso nordico”: i paesi del Nord Europa, pur avendo indici di uguaglianza di genere più alti, registrano spesso tassi di dichiarazione della violenza più elevati rispetto all’Italia, un fenomeno legato probabilmente a una maggiore consapevolezza e propensione alla denuncia delle vittime.

Tuttavia, l’Italia mostra una fragilità strutturale specifica che funge da terreno fertile per l’abuso economico: secondo i dati dell’EIGE (Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere), il nostro Paese registra il divario più ampio in Europa nel rapporto tra i guadagni delle coppie, con le donne che guadagnano in media solo il 53% rispetto ai loro partner.

Questa disparità, unita a uno dei tassi di occupazione femminile più bassi dell’Unione, rende le donne italiane particolarmente vulnerabili al ricatto economico e meno pronte a reagire rispetto alle cittadine di altri Stati membri.

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